Lettera ad Alessandro Scardilli
Questo è il testo della lettera che scrissi ad Alessandro Scardilli, il 7 novembre 2008, quando ancora i nostri rapporti personali si fondavano su una indifferenza reciproca ed altalenante. Questa lettera fu pubblicata su facebook ed ebbe un discreto consenso popolare, salvo poi essere rimossa dopo qualche ora, a causa di paventate ritorsioni legali ed extragiudiziarie.
Mi corre altresì l’obbligo di precisare che, qualche mese dopo la pubblicazione di questa missiva telematica, io e Alessandro Scardilli siamo diventati amici, quasi fratelli, ma soprattutto che, e questo mi trasforma in un prezzolato, corruttibile con due consumazioni, io sono diventato di casa al Ma.
L’autorizzazione alla (ri)pubblicazione di questa lettera mi è stata data alle 5 del mattino del ferragosto 2010, in località Hotel Capo dei Greci, Taormina, mentre Alessandro Scardilli non distingueva le dita dei piedi da quelle della mani. Lo diffido dal sostenere il contrario.
Preciso, infine, che i termini di mesi tre per proporre querela nei miei confronti sono ampiamente scaduti nel febbraio 2009.
Egregio Dr. Scardilli Alessandro,
avrei continuato ad ignorare la sua esistenza, il suo passato ed il suo futuro, se ieri, 7 novembre 2008, all’ingresso di un noto locale catanese, non fossi stato costretto a subire per l’ennesima e ultima volta la sua personale concezione della vita.
Il nome di questo locale, per pura e semplice fatalità, lo confesso, riflette come meglio non avrei potuto desiderare la mia perplessità di fronte al suo operato: MA, dr. Scardilli.
Le faccio un rapido sunto di quel che mi è capitato ieri, per poi ricollegarmi a quanto già capitatomi altre volte, sì da darle l’opportunità di meditare con se stesso e con i suoi consulenti d’immagine.
Come le ho premesso, sono giunto davanti l’ingresso alle ore 23.45. Preciso che ero con altre 4 donne, evento che tra l’altro mi inorgogliva non poco al cospetto degli altri maschi presenti, e che tutti eravamo in lista con ben due degli organizzatori della serata.
Arrivati sul posto, ci siamo imbattuti in una fila sostanziosa, tecnicamente disposta a minchia, un po’ come tutte le file catanesi d’altra parte; in questo non le posso attribuire una responsabilità (o forse si?).
Essendo quella fila composta di materiale umano di qualsiasi genere, mi aspettavo quantomeno che chi fosse in lista e fosse conosciuto, dunque, agli organizzatori della serata, potesse aver diritto ad un ingresso a parte, un attimino più veloce, o comunque ad una corsia preferenziale rispetto a quanti, al contrario, non conoscono nessuno e devono, come tali, sottoporsi al vaglio insindacabile dei buttafuori.
Invece, no. Tutti insieme in questo esperimento sociologico. Essendo una persona mediamente civile, e non volendo appellarmi alla nostra flebile conoscenza, sempre che Ella non mi saluti per forza di inerzia, decidevo di fare la fila come tutti gli altri, quando all’improvviso ho visto davanti all’ingresso il notissimo (più di lei?) organizzatore COCUZZA FABIO, al quale abbiamo chiesto di farci passare; anche perché una delle mie amiche, a mezzanotte, faceva il compleanno e non desiderava festeggiarlo in fila: come Ella potrà capire (lo capirà?).
COCUZZA FABIO si è mostrato subito disponibile a farci passare, come sempre d’altra parte, spostando una transenna. Ma Lei, con un processo mentale che tuttora mi rimane oscuro, glielo ha impedito e ha costretto COCUZZA FABIO, notissimo organizzatore della serata, ad uscire dalle transenne e a mettersi in fila insieme a noi. Ripeto per chi si fosse messo in ascolto solo adesso: LEI HA COSTRETTO COCUZZA FABIO A FARE LA FILA PER ENTRARE ALLA SERATA CHE COCUZZA FABIO ORGANIZZA.
Superato grazie a COCUZZA FABIO il primo, nonché il secondo ingresso, siamo arrivati in scioltezza e con piede pendulo alla cassa, che tecnicamente rappresenta un terzo ingresso: le ricordo che solo per entrare nel carcere di BICOCCA ci sono più di due ingressi, ma in quel caso bisogna aver fatto qualcosa di grosso e non glielo auguro.
Dopo aver pensato che le angherie fossero finite, alla cassa, alle ore 0.02, ora locale del MA, mi è stato detto che le liste erano state chiuse a mezzanotte. Ho guardato con flebile sospetto il mio orologio e chiaramente faceva le 23.59.
Poi ho guardato in faccia il mio interlocutore e, prima di aprire bocca, mi sono chiesto se era in grado di capire che, non essendo tutti gli orologi del mondo sincronizzati alle stessa ora, proprio perché non tutte le persone del mondo hanno progettato di fare insieme una rapina, era possibile che il suo orologio facesse le 0.02 e contemporaneamente il mio le 23.59, oltre che, con una minima elasticità mentale, avremmo potuto chiudere subito la disputa.
Non ho avuto il tempo di capirlo, perché, anticipando le mie rimostranze, la persona addetta alla cassa ha detto ad un altro avventore: “il mio orologio segna le 0.02 e quindi le liste sono chiuse”.
Non volendo lanciarmi in una sfida all’ultima sangue su peso, ampiezza e contenuto dei nostri rispettivi apparati cerebrali, in silenzio ho tirato fuori una carta da 10 euro, ho acquistato il biglietto e sono entrato.
Superato il quarto ingresso, per fortuna privo di tornelli, la cui installazione futura Le suggerisco per dare un tocco definitivo di originalità alla serata, finalmente sono entrato nel vivo del locale.
Dato il volume di persone che avevo visto un attimo prima in fila, mi aspettavo di trovare il MA “pieno a tappo”, come si diceva nello slang dei famigerati “pomeriggi giovani” dell’Empire. Invece, con amarissima sorpresa, constatavo che eravamo: io, le mie quattro amiche, i camerieri al completo, qualche buttafuori addetto a buttare fuori ma da dentro, i deejay, quattro persone che non avevano ancora capito dove si trovavano, e che verosimilmente aspettavano l’indomani mattina per capirlo, due casalinghe di Vaccarizzo, un poeta dialettale molto amico di Tony Zermo, alcuni ragazzi di qualsiasi età che si erano dimenticati l’ultimo bottone della camicia abbottonato, un paio di vecchie glorie sempre presenti sin dai tempi delle serate al Lido “la Stampa” nei ruggenti anni ’60 (che forse non torneranno più, ma se torneranno loro saranno ancora li), alcune ventenni che avevano il culo coperto dal cellulare.
Diciamo che, se volessi fare una stima delle persone presenti, eravamo circa un centinaio (secondo la Questura eravamo 50).
Allora la mia mente è andata a ritroso. E’ idealmente uscita fuori dal locale, si è rimessa in fila e si è chiesta perché i buttafuori del MA non fanno passare nessuno, se non dopo avergli chiesto nome, cognome, codice fiscale, esame delle urine, posizione previdenziale, recapito telefonico, ultimo domicilio conosciuto, la formazione della Pallavolo Catania campione d’Italia negli anni ‘70.
Tutto questo è capitato anche a me. Troppe volte, Dr. Scardilli. Troppe volte ho dovuto convincere i buttafuori, nonostante fossi in lista. Troppe volte non mi è bastato essere insieme ad altre donne: e mi creda che avrei voluto essere altrove con le stesse donne. Troppe volte non mi è bastato conoscere tutti gli organizzatori delle serate al MA. Troppe volte non mi è bastato essere senza precedenti penali. Troppe volte non mi è bastato essere vestito, non dico bene, perché ormai la moda a Catania è evidente frutto di scompensi ormonali e di relatività filosofiche, ma diciamo non male. Troppe volte non mi è bastato essermi messo in fila sollevando in aria una carta da 10 euro, come Roberto Benigni in Johnny Stecchino, quando voleva essere sicuro che tutti capissero che voleva comprare, e non rubare, una banana al bar del Teatro Massimo. Ora basta.
Con la presente, Dr. Scardilli, avendo intuito che comanda Ella al Ma, la invito a desistere dal sopracitato comportamento.
E’ evidente che non lo faccio per me. Anche perché a questo punto siamo entrambi consapevoli che, dopo questa mia iniziativa, non potrò mai più mettere piede al MA, se non rilevandone la proprietà. D’altra parte, credo che il mio dialogo finale con il buttafuori, all’uscita del locale, alle ore 2.00, rappresenti perfettamente la sintesi del mio pensiero.
IO: “La sta vedendo questa faccia?”
BUTTAFUORI: “Si, perché che c’ha?”
IO: “Dico, la sta vedendo bene?”
BUTTAFUORI: “Si perché?”
IO: “Se la ricordi bene, perché qua dentro non la vedrete più”.
Io la invito da cittadino, in nome delle centinaia di persone che, colpevoli di volersi divertire, Ella e i suoi buttafuori costringono indistintamente a sostare all’ingresso del locale MA, al di fuori di qualsiasi processo logico degno di essere compatito.
Qualora Ella ritenesse di non fare tesoro di questa mia critica, mi auguro civile e non offensiva, non posso che approfittare di questo splendido mezzo telematico, quale è facebook, per chiedere a chiunque condivida il sopradescritto pensiero di far girare questa lettera accorata, nonché di invitare più gente possibile ad iscriversi a questo gruppo. Ognuno rimarrà libero di decidere se boicottare democraticamente Lei e il MA fino a nuova comunicazione, nella speranza che almeno questo possa indurla ad una riflessione.
Sappia, Dr. Scardilli, e con questo concludo, che Catania non è Manhattan, che il MA non è il BILLIONAIRE e, soprattutto, che Lei, ma penso che se ne sarà reso conto (se ne sarà reso conto?), NON E’ FLAVIO BRIATORE”.


















