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Il traffico tentacolare e vorticoso in tangenziale

 

Questo è il testo della mail che ho inviato alla redazione de La Sicilia, in un momento di forte stress psico-emotivo, per raccontare quello che io e la mia persona avevamo dovuto subire mercoledì 25 settembre 2008 nella tangenziale di Catania. Essendo di contenuto obiettivamente discutibile, al fine di vincere le probabili resistenze a pubblicarla da parte della redazione del giornale, l’ho accompagnata con una serie di minacce al limite dell’illecito penale. La cosa che più mi ha inquietato è che la lettera è stata di fatto pubblicata nella rubrica “Lo dico a La Sicilia”, come potrete verificare in calce a questo post.

 

Egregia redazione,

vi invio il testo di una mia riflessione sulle code in tangenziale, con la preghiera di pubblicarla integralmente e con le sole mie iniziali (M.S.). Al fine di pressarvi psicologicamente, preciso che:

a) ho visto pubblicate lettere nella rubrica “Lo dico a La Sicilia” di discutibilissimo interesse giornalistico;

b) un giorno si e uno no, pubblicate le lettere del noto tuttologo SARO PAFUMI, che sembra avere una idea su qualsiasi cosa accada nel mondo, anche quando nel mondo non accade nulla;

c) se non pubblicate la mia lettera, mi farò esplodere in pieno giorno davanti alla guardiola della vostra redazione, in Viale Odorico da Pordenone. Cordialmente, Mattia Serpotta.

 

 

«Alle ore 8.15 di mercoledì mattina, in compagnia della mia automobile, ho imboccato la tangenziale, in direzione Siracusa. Avendo dimenticato a casa la sfera magica con cui solitamente predico il futuro e non essendo stato opportunamente avvisato da segnalazione alcuna, contro ogni mia possibile previsione, già all’altezza dello svincolo di San Gregorio, mi sono imbattuto in una fila di macchine che tendeva verso l’infinito.

Essendo una persona pessimista e apprensiva, dato il numero di autoveicoli che si era manifestato ai miei occhi, ho pensato subito ad un incidente di proporzioni bibliche. Così, ho iniziato a comporre tutti i numeri di telefono delle persone a me care, temendo che fossero rimaste coinvolte. Per fortuna ho constatato personalmente che erano tutti vivi: chi più, chi meno.

Tuttavia, mentre la fila scorreva alla stessa velocità di Usain Bolt se percorresse i 100 metri dopo una coltellata all’anca, ho riflettuto sul fatto che non si sentivano né sirene della polizia nè della ambulanza. Per cui mi sono convinto, con immotivato ottimismo, che la coda di macchine in cui mi trovavo intrappolato non fosse imputabile ad un incidente, neanche di lieve entità. In quest’ultimo caso, infatti, per l’esperienza maturata sul campo, so che, anche quando il referto medico riscontra alla vittima solo un’unghia incarnita, la fila di auto che si forma in tangenziale – per consentire al catanese medio di accostarsi al veicolo coinvolto, al fine di investigare di persona sull’accaduto e di ricostruirne cause, modalità, diagnosi, responsabilità civili e penali – procede in maniera più celere di quanto stessimo andando mercoledì mattina.

Non mi è rimasto che ipotizzare, allora, una causa diversa. Ed ho pensato a tutte le volte in cui, contro la mia più sincera volontà, sono rimasto ostaggio all’interno della mia automobile, in direzione Messina, perché gli operai dell’Anas, per cambiare una lampadina nella galleria che segue lo svincolo di Gravina o per potare una siepe all’altezza dello svincolo di San Gregorio, hanno la brillante abitudine di restringere la carreggiata già a partire dallo svincolo dell’Aeroporto.

Mentre mi lanciavo in queste facili congetture, resistevo civilmente ed eroicamente ai numerosi tentativi di insidiare la mia posizione nella fila, portati avanti da altri spregiudicati automobilisti di marca catanese, i quali tentavano a tutti i costi di superarmi da destra, da sinistra, da sopra, da sotto, sollevandosi su due ruote, impennando, e qualcuno addirittura provando a passare dal mio portabagagli.

Solo alle 9.15, superato lo svincolo di Gravina di Catania, un cartello mi lasciava intravedere perché ero da un’ora in coda, consigliandomi di uscire a San Giovanni Galermo: “lavori di rifacimento del manto stradale all’altezza dello svincolo di Misterbianco”.

Alle ore 10.00, un’ora e quarantacinque minuti dopo il mio ingresso in tangenziale, giunto allo svincolo di Misterbianco, finalmente ho visto la luce. Davanti a me, il restringimento di corsia e quattro operai dell’Anas vestiti di arancione: due seduti a parlare sul guardrail, uno con una pala in mano a posizionare l’asfalto per terra, l’ultimo a bordo della macchina per compattare la strada.

Dopo aver passato due ore della mia vita in fila, stanco di tutte le ore in fila passate nella mia vita in tangenziale, mi sono sentito pronto per una riflessione che giro a voi.

Percorro da due anni questa strada e non so quante volte ho visto rifare il manto stradale e la segnaletica orizzontale, peraltro in netta controtendenza rispetto al numero delle volte che ho visto rifare tutte le restanti strade della Provincia di Catania. Ed ho pensato: a) o le strade vengono rifatte ogni tre mesi, perché l’Anas ha bitume in esubero (nel qual caso, consiglio di passarsi la mano per la coscienza e farne donazione al Comune di Catania); b) o le strade vengono rifatte ogni tre mesi perché al posto del bitume ci mettono la ceralacca, la quale notoriamente salta via come i tappi dell’Asti Cinzano a capodanno.

In entrambi i casi, però, mi assilla un dubbio, uno di quei dubbi che mi fanno venire voglia di sbattere la testa su un’inferriata. A meno che l’Anas sia amministrata da Topo Gigio, è davvero un’idea così rivoluzionaria programmare i lavori di manutenzione (rifacimento del manto stradale e/o della segnaletica orizzontale, potatura delle siepi, cambio lampadine in galleria) in orari o giorni diversi da quelli in cui in tangenziale passano 22 milioni di automobili?

Detto questo, mi avvio a concludere. Se fossi stato un turista che stava andando all’aeroporto, mercoledì mattina avrei perso l’aereo; se fossi stato un negoziante di Misterbianco, il mio negozio avrebbe aperto in ritardo; se fossi stato un medico il mio paziente sarebbe morto.

Per fortuna, sono solo un avvocato ed ho rischiato che, arrivando con due ore di ritardo al Tribunale di Caltagirone, la persona che difendo subisse una condanna a 8 anni di reclusione».

 

Per completezza ed amore della verità, allego la pagina originale de La Sicilia del 29 settembre 2008, dove il testo della lettera di cui sopra è stato interamente pubblicato: LA SICILIA 29 SETTEMBRE 2008 – Lettera sui lavori in tangenziale.

Categories: CATANIA IN MUTANDE
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