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Comunicazione di notizia di reato

Al Sig. Procuratore della Repubblica di Catania

Al Sig. Questore della città di Catania

Al Sig. Comandante della Polizia Municipale di Catania

Al Sig. Sindaco di Catania


OGGETTO: Comunicazione di notizia di reato

Rassegno alle Signorie vostre le parole che seguono, affinchè possiate valutare se nelle condotte ivi dettagliatamente descritte siano ravvisabili violazioni del codice penale e del Testo Unico in materia di Immigrazione, nonché sospensioni delle mie garanzie costituzionali.

Ho partecipato alcuni giorni fa ad un seminario organizzato dai giovani dell’MPA, dal titolo “L’autonomia dei lavavetri ai semafori di Catania: integrazione sociale o sospensione delle garanzie costituzionali? Analisi sistematica, dai finestrini della Topolino amaranto a quelli dell’Audi A6”.

Ero li che ascoltavo i relatori perdersi nei meandri di teorie sicuramente vincenti nella manovra di affermazione del pensiero autonomo dei siciliani – dalla necessità di accogliere a braccia aperte anche i clandestini che scappano dall’odore del Kebab per le strade del loro Paese, considerato anche che la carne di cavallo della Via Plebiscito è priva di coloranti, fino alla impossibilità di prendere a cannonate le navi che li portano in Italia, tra chi commentava che l’amore non è bello se non è litigarello e chi ribatteva che chi mangia fa molliche, pur essendo vero che i neri hanno il ritmo nel sangue e che Maradona è meglio e’ Pelè – quando un moto interiore ed incontrollabile mi ha costretto ad alzare verso l’alto l’indice della mia mano destra.

I giovanotti dell’MPA non hanno capito subito che la mia intenzione era solo quella di prendere la parola. Ed infatti, mentre alcuni mi minacciavano con sguardi interrogativi e diffidenti ed altri mi filmavano col cellulare per caricarmi per intero su youtube, percepivo nei loro volti l’assoluta convinzione che quel mio dito sospeso in aria stesse indicando loro profeticamente un punto immaginario del soffitto. Li vedevo con il naso all’insù e la bocca aperta che cercavano nel tetto una possibile crepa, uno scorsone con otto ali, una marmitta Polini o una foto autonoma di Raffaele Lombardo con la maglia di Pietro Anastasi, detto “Petru u tuccu”.

Per rompere quell’incantesimo, ho deciso di fugare ogni loro dubbio con un temerario “scuzsate, ve la pozzo dire una palora?”, creando da subito il panico generale ed un fastidio che serpeggiava tra occhiali grossi e neri, dvd masterizzati di Braveheart e libri di poesie erotiche di Micio Tempio con la prefazione del Prof. Santi Correnti.

Così, mi sono diretto fiero, con la schiena dritta ed il piede pendulo al bancone dei relatori. Ho preso il microfono in mano e ho esposto pacificamente il mio pensiero, che proverò a sintetizzare adesso in qualche riga.

Io sono uno dei catanesi che ha il vizio di fermarsi quando il semaforo è rosso. Confesso la mia debolezza. E’ una tentazione alla quale non riesco a resistere, pur sapendo che a Catania il semaforo rosso non rappresenta un divieto, ma un consiglio: un consiglio che può provocarmi uno scompenso dell’equilibrio elettrostatico. Perché il semaforo a Catania è una zona a sovranità limitata, come tante piccole Repubbliche di San Marino di 50 metri quadri, nelle mani di persone che tra l’altro San Marino non sanno manco dove è: i lavavetri.

Io purtroppo, ma ne sono cosciente, vivo la vicinanza del lavavetro alla mia macchina come un tentativo di violenza sessuale, forse anche a causa di alcuni conflitti di Edipo ancora irrisolti che mi porto dietro da bambino. A mia parziale difesa, tuttavia, posso dire che le ho proprio provate tutte per fare capire al lavavetro che il parabrezza me lo lavo quando dico io e non quando lui ci mette la spugna di sopra con lo stesso stimolo fisico di chi ha tra le mani la carta vincente per “fare Porco”.

In un primo momento della mia vita, ricordo di essermi limitato a dirgli un banale no, anche se con la stessa mimica facciale di chi risponde alla domanda “vuoi che ti faccio un controllo alla prostata adesso, senza guanti?”

Ciò nonostante, con insano ottimismo, il lavavetro medio interpretava il mio no come un “si, dai, un bel controllino alla prostata al semaforo è proprio quello di cui ho bisogno oggi; e, mentre ci sei, prenotami pure un PAP test.

Così mi sono fatto sperto, tanto da essermi preso l’abitudine di azionare il mio tergicristallo ogni volta che fiutavo l’intenzione del lavavetro di violentare la mia macchina. E mentre premevo la leva godevo intellettualmente: “oh si lavavetro, guarda come me lo pulisco da solo il vetro con l’acqua e sapone di serie, senza che tu mi puoi mettere le mani addosso…”. Una soluzione questa, però, che mi frustrava non poco. Mi sentivo come un marito costretto a masturbarsi per non fare l’amore con la moglie.

Ed infatti il lavavetro aspettava che il mio tergicristallo avesse finito di farmi godere intellettualmente ed iniziava tranquillamente a pulirmi il vetro meglio del mio tergicristallo.

Stanco e deluso, sono passato alla fase della strategia militare spicciola. E così, ogni volta che arrivavo al semaforo, mi fermavo appositamente a tre metri di distanza dalla macchina davanti alla mia. Non appena il lavavetro superava la linea immaginaria tracciata dal mio cofano, io mettevo di colpo la prima, acceleravo tre metri in avanti e lo lasciavo sul posto.

Ma anche questa mossa veniva arginata con carattere di rapidità. La voce ormai si era sparsa in città e la foto segnaletica della mia macchina era appesa in tutti i semafori di Catania, al punto che i lavavetri avevano attuato una controstrategia. Ogni volta che esaurivo la fase “premi frizione” – “prima” – “accelerata di colpo”, mentre mi assicuravo dallo specchietto retrovisore di essermi messo il nemico alle spalle, dal portabagagli della macchina davanti alla mia usciva a sorpresa  un altro lavavetro che si attaccava al mio parabrezza come l’uomo ragno. E mi fotteva in pieno.

Stante l’intervenuta prescrizione, confesso anche di avere più volte pensato di farmi giustizia sommaria con armi bianche di piccolo calibro, manichi di scopa, piedi di porco, vasi Ming ed estintori.

Poi, però, ho deciso di abbandonarmi all’astuzia e ho iniziato a presentarmi al semaforo con lo scooter. Ma questi ovviamente hanno provato a lavarmi anche il paravento. Allora, una volta che ho capito che se non avessi avuto il paravento mi avrebbero lavato gli occhiali da sole e se non avessi avuto gli occhiali da sole mi sarebbero venuti a cercare sottacqua alla Plaja per lavarmi i vetri della maschera, ho deciso di arrendermi.

E così non mi è rimasta altra soluzione che diventare loro amico. Ho parlato con la mia banca ed abbiamo programmato di convertire il quinto del mio stipendio in monete di piccolo taglio, che puntualmente distribuisco nei migliori semafori della città. Ci sono giorni che spendo anche 20 euro facendo il seguente percorso: Via Giuffrida, Via Ventimiglia, Corso Sicilia, Via Sant’Euplio, Viale XX Settembre, Piazza Trento, Corso Italia. In compenso ho un vetro così pulito che riesco a vedere fino a Mazara del Vallo.

Tuttavia, anche se oggi sono lontani quei momenti in cui la guerra psicologica con i miei amici mi costava non poche offese alla mia reputazione – perché non bisogna aver fatto il viaggio di nozze nello Sri Lanka per riuscire a capire quando il lavavetro ti manda a fare in culo – non riesco a soffocare il mio sentimento di riconoscenza verso chi ha sofferto insieme a me ai semafori, quegli eroi rusticani di cui non mi stancherò mai di tessere le lodi e per il contributo nella repressione della micro criminalità e per l’abnegazione nel mantenimento dell’ordine pubblico: i Vigili Urbani di Catania, gli unici al mondo che si lavano la camicia d’ordinanza a casa ed infatti ce l’hanno tutti di colore diverso; qualcuno porta addirittura il cappotto a luglio perché la camicia azzurra gli è diventata bianca.

E come posso poi dimenticare quell’amministrazione comunale che gestisce il problema lavavetri con lo stesso pragmatismo con cui ha gestito gli altri? “Ci sono i cani randagi? Ma che pobblema c’è? Affidiamoli agli pissicologi”.  “Ci sono le buche alla circonvallazione? E che pobblema c’è? Transenniamo le buche.” “Ci sono i lavavetri ai semafori? E che pobblema c’è? Eliminiamo i semafori.”

Il mio pensiero va soprattutto alle migliaia di commilitoni caduti al fronte insieme a me. Per questo, se le mie parole non avranno un seguito, organizzerò la prima giornata mondiale di protesta contro il lavavetro. Tutti i catanesi si presenteranno all’uscita del tunnel del Viale Mediterraneo con una bicicletta. Lì verrà assegnata una pettorina e una bottiglia di zibibbo.

Dopodiché, percorreremo tutti insieme la Via V. Giuffrida fino all’incrocio con Viale R. Sanzio. Una volta giunti al semaforo, davanti questa enorme scia di ciclisti, forse, notando l’assenza di un parabrezza da lavare, il lavavetro, in fondo, nella buona sostanza, capirà che simbolicamente ci ha un po’ rotto la minchia.

E se neanche questa forma di resistenza passiva riuscirà a sensibilizzare le istituzioni, allora, forse interpretando il pensiero comune, mi farò carico di proporre una soluzione alternativa altrettanto convincente.

Perché io credo che non sia necessario eliminare il semaforo per eliminare i lavavetri. Credo sia sufficiente eliminare il rosso: quantomeno li mettiamo sotto.

Catania 8 giugno 2009

Avv. Mattia Serpotta,

comunque, ancora incensurato

© Edizioni Sokone

Tutti i diritti sono riservati, ma non so a chi


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