Non semu tutti i stissi

 

Istruzioni per l’uso: premere Play. Se il video non dovesse visualizzarsi, cliccate sulla scritta “guarda su youtube.

 

 

In occasione delle elezioni circoscrizionali, comunali, provinciali e regionali del 2008, ho raccolto con pazienza certosina le facce che voi avete votato. Il video che vedete qui sopra è il risultato.

Un giorno in pretura

 

In qualsiasi aula di Tribunale del mondo dovrebbe entrare una sola categoria di testimoni: quelli che dicono la verità, tanto a favore dell’imputato, quanto della pubblica accusa.

In una qualsiasi aula di Tribunale del mondo, tuttavia, per una infinità di ragioni qui non riassumibili, esiste anche una seconda categoria di testimoni: quelli che, consapevolmente o inconsapevolmente, dicono il falso contro o a favore dell’imputato.

In Italia, invece, accanto ai testi dell’accusa e della difesa, accanto ai testi che dicono il vero e a quelli che dicono il falso, per quanto sconosciuta al codice di procedura penale, esiste una terza categoria di testi: sono i testi di minchia.

Per enucleare una nozione di teste di minchia che sia valida anche dal punto di vista dogmatico e dottrinale, si considerino gli esempi che seguono, tratti dalle trascrizioni di testimonianze realmente rese in presenza dello scrivente e dallo stesso gelosamente custodite in copia conforme.

 

TESTE DI MINCHIA NUMERO 1.

 

PUBBLICO MINISTERO – Senta, lei conosce il Sig. (Omissis)?

TESTE – Senta…iu è a quatta vota ca mi chiamati…iu aju a me mugghieri ricoverata o’spitali ca avi nulcera perforata…ca iu non sacciu mancu unni iè misa…ie (incomprensibile)…

PUBBLICO MINISTERO – Sig. (Omissis). Io capisco le sue ragioni…ma ora la stiamo sentendo, quindi la pregherei…

TESTE – …A chimmistati vinennu a cuntari ammia

GIUDICE – Sig. (Omissis)…risponda alle domande del Pubblico Ministero e si astenga da questi commenti. Prego Pubblico Ministero, proceda con il suo esame…

TESTE – Mi scusi Eccellenza…

PUBBLICO MINISTERO – Grazie Giudice…Allora Sig. (Omissis)…le avevo già chiesto se lei conosce il Sig. (Omissis )…

TESTE –  Pubblico ministero…iu nenti sacciu…iu anaffabeta sugnu

PUBBLICO MINISTERO – Ne prendo atto…ma guardi che io le sto chiedendo di darmi una risposta, non di scrivermela.

 

TESTE DI MINCHIA NUMERO 2.

 

PUBBLICO MINISTERO – Senta…lei abita vicino all’imputato?

TESTE – Sissignore, attaccati siamo.

PUBBLICO MINISTERO – Bene, il giorno 22 agosto del 2006 , intorno alle 8 di sera, ricorda se lei si trovava a casa?

TESTE – No…non ero a casa…stavo passeggiando sotto casa mia…con il cane…

PUBBLICO MINISTERO – Senta, mentre passeggiava sotto casa sua con il cane, ha sentito delle urla provenire dalla casa dell’imputato?

TESTE – Ma guardi…no…io ero seduto su una panchina a 100 metri da casa nostra…

PUBBLICO MINISTERO – Mi scusi. Lei pocanzi mi ha riferito che stava passeggiando sotto casa… ora mi dice che era seduto su una panchina a 100 metri di distanza da casa sua

TESTE – No…no…no…ero seduto sulla panchinasulla panchina

PUBBLICO MINISTERO – Giudice, solo al fine di sollecitare la memoria del teste, intendo procedere ad una contestazione. Il teste, sentito a sommarie informazioni dalla Polizia di (Omissis) in data (Omissis) ebbe a dichiarare: “Il giorno 22 agosto del 2006, intorno alle 8 di sera, mi trovavo a passeggiare con il cane sotto il balcone di casa mia…”.

Allora Sig. (Omissis)…lei ricorda di avere dichiarato alla Polizia questa circostanza che le ho appena letto?

TESTE – Ma si dottore…certo…è quello che le ho dettostavo passeggiando sotto casa

PUBBLICO MINISTERO – Allora non era seduto nella panchina a 100 metri di distanza dal balcone di casa sua, come mi ha riferito pocanzi…?

TESTE – Certo…certonella panchina ero seduto

PUBBLICO MINISTERO – Sig. (Omissis) in buona sostanza, dalle sue dichiarazioni, devo dedurre che lei stava passeggiando seduto sulla panchina?

TESTE – Esattamente dottore

 

TESTE DI MINCHIA N. 3

 

DIFENSORE DELL’IMPUTATO – Senta…lei pocanzi, a domanda del Pubblico Ministero, ha detto di aver visto l’imputato colpire il Sig. (Omissis)…Vero?

TESTE – Mi scusi avvocato…ho qualche difficoltà…perché…non deambulo bene

DIFENSORE – Non ho capito scusi…

TESTE – Le dicevo…che ho qualche difficoltà…perché non deambulo bene

DIFENSORE – Mi scusi…Io non comprendo bene quello che mi vuole dire…cioè lei è seduto sulla sedia…non capisco in che senso non deambula bene?

TESTE – No avvocato, non mi ha capito. Io non deambulo bene nella parola

 

TESTE DI MINCHIA N. 4

 

PUBBLICO MINISTERO – Lei ricorda se l’imputato indossava una bandana in testa?

TESTE – E come faccio a ricordarmelo?

PUBBLICO MINISTERO – Sig. (Omissis) lei risponda alla mia domanda…Se lo ricorda bene, altrimenti andiamo avanti…

TESTE – Pubblico Ministero…ma come faccio? Cioè a Mirabella Imbaccari…tutti portano la bandana…

AVVOCATO DI PARTE CIVILE (fuori microfono) – E io che pensavo la portasse solo Berlusconi.

 

TESTE DI MINCHIA N. 5

 

GIUDICE DI PACE – Senta il Sig. (Omissis) è un suo dipendente?

TESTE – Si. E’ il cassiere.

GIUDICE DI PACE – Ma lei, in quanto datore di lavoro, ha controllato se effettivamente, durante l’orario di lavoro, il Sig. (Omissis) era manesco con sua nipote?

TESTE – Giudice, mi perdoni, ma perchè dovevo?

GIUDICE DI PACE – Ma…lei è il proprietario del Bar…in un certo senso…risponde dell’operato dei suoi dipendenti…

TESTE – Sig. Giudice io oramai non rispondo manco al telefono.

 

 

Tutto questo accade quando il testimone si presenta in Tribunale. Adesso, nel tentativo di spiegare una delle possibili cause della lentezza della giustizia, pubblico un atto contenuto all’interno del fascicolo del Pubblico Ministero della Procura della Repubblica di (Omissis), nel procedimento n. (Omissis), che illustra le possibili cause dell’assenza del testimone in Tribunale.

Premessa per capire i fatti:

Tizio presenta querela contro Caio, perchè lamenta di aver subito una truffa. Dopo un tempo X, chiusa la fase delle indagini preliminari, viene celebrato il processo dinanzi al giudice Sempronio. Il Pubblico Ministero cita Tizio, alla data Y, per essere esaminato quale testimone. Alla data Y, Tizio, regolarmente citato, non si presenta, senza addurre giustificazione. Il giudice rinvia il processo alla data Z.

Alla data Z, Tizio, regolarmente citato, fa pervenire alla cancelleria del Pubblico Ministero l’atto che segue. La riproduzione è fedelissima all’originale in ogni sua parte, ivi compresa la punteggiatura e la declinazione dei verbi.

 

Io sottoscritta (Omissis) AVENDOMI ARRIVATI I FOGLI PER PRESENTARMI PER LA CAUSA contro (Omissis) il giorno (Omissis), IO NON AVENDO POSSIBILITA ECONOMICA NON POSSO PRESENTARMI AVENDO CERCATO DI CHIAMARE CONTINUAMENTE AL TRIBUNALE PER CONTATTARLA DIRETTAMENTE PER SPIEGARLE BENE, CORDIALI SALUTI

FIRMA

POTREI ESSERE CONTATTATA LE LASCIO IL MIO NUMERO TELEFONICO (Omissis)”.

 

CONCLUSIONE: l’atto di cui sopra si trova adesso all’interno di un fascicolo del dibattimento di un Tribunale della Repubblica Italiana. Il giudice ritiene legittimo l’impedimento. Il Pubblico Ministero dovrà citare per la terza volta Tizio. Vi dirò prossimamente se ha trovato i soldi per venire a testimoniare o no.

Categories: ITALIANI BRAVA GENTE

Chi fini fici u cavaddu?

Lo Stallone ferito, di Francesco Messina (Catania, P.za Umberto)

Qualche giorno fa, mi trovavo a passare dai chioschi di piazza Umberto. Mentre ero lì, intento a chiedermi se per il mio reflusso gastroesofageo fosse meglio il tamarindo al limone o una lavanda gastrica, la mia attenzione si è rivolta al centro della piazza, ipnotizzata dalla scomparsa dello “Stallone ferito“, opera magistrale dello scultore siciliano Francesco Messina (per intenderci: uno che nella sua vita aveva fatto intendere più volte che gli piaceva scolpire i cavalli e che poteva, quindi, fermarsi tranquillamente a quello della Rai e ai quattro di bronzo della collezione Leone, invece di venirne a scolpire un altro al centro di Catania, tra l’altro, preferendo optare per un bello stallone a gambe aperte, con un palo dell’Enel in mezzo alle gambe, piuttosto che per un cavallo dormiente o per una cavalla, scelta che non avrebbe costretto un fedele a saldargli chirurgicamente un paio di mutande di metallo durante la processione della Madonna del Carmine il 19 luglio del 2002).

Catania, P.za Umberto, senza lo Stallone ferito

Ad oggi, mi risultano ignoti i motivi della scomparsa della statua. Attendendone con ansia il ritorno, ho ventilato una serie di ipotesi sulle possibili cause della dipartita. Partecipa al sondaggio in calce (in fondo, va) al post. Puoi suggerirmi la verità o alternative.


Categories: CATANIA IN MUTANDE

Comunicazione di notizia di reato

Al Sig. Procuratore della Repubblica di Catania

Al Sig. Questore della città di Catania

Al Sig. Comandante della Polizia Municipale di Catania

Al Sig. Sindaco di Catania


OGGETTO: Comunicazione di notizia di reato

Rassegno alle Signorie vostre le parole che seguono, affinchè possiate valutare se nelle condotte ivi dettagliatamente descritte siano ravvisabili violazioni del codice penale e del Testo Unico in materia di Immigrazione, nonché sospensioni delle mie garanzie costituzionali.

Ho partecipato alcuni giorni fa ad un seminario organizzato dai giovani dell’MPA, dal titolo “L’autonomia dei lavavetri ai semafori di Catania: integrazione sociale o sospensione delle garanzie costituzionali? Analisi sistematica, dai finestrini della Topolino amaranto a quelli dell’Audi A6”.

Ero li che ascoltavo i relatori perdersi nei meandri di teorie sicuramente vincenti nella manovra di affermazione del pensiero autonomo dei siciliani – dalla necessità di accogliere a braccia aperte anche i clandestini che scappano dall’odore del Kebab per le strade del loro Paese, considerato anche che la carne di cavallo della Via Plebiscito è priva di coloranti, fino alla impossibilità di prendere a cannonate le navi che li portano in Italia, tra chi commentava che l’amore non è bello se non è litigarello e chi ribatteva che chi mangia fa molliche, pur essendo vero che i neri hanno il ritmo nel sangue e che Maradona è meglio e’ Pelè – quando un moto interiore ed incontrollabile mi ha costretto ad alzare verso l’alto l’indice della mia mano destra.

I giovanotti dell’MPA non hanno capito subito che la mia intenzione era solo quella di prendere la parola. Ed infatti, mentre alcuni mi minacciavano con sguardi interrogativi e diffidenti ed altri mi filmavano col cellulare per caricarmi per intero su youtube, percepivo nei loro volti l’assoluta convinzione che quel mio dito sospeso in aria stesse indicando loro profeticamente un punto immaginario del soffitto. Li vedevo con il naso all’insù e la bocca aperta che cercavano nel tetto una possibile crepa, uno scorsone con otto ali, una marmitta Polini o una foto autonoma di Raffaele Lombardo con la maglia di Pietro Anastasi, detto “Petru u tuccu”.

Per rompere quell’incantesimo, ho deciso di fugare ogni loro dubbio con un temerario “scuzsate, ve la pozzo dire una palora?”, creando da subito il panico generale ed un fastidio che serpeggiava tra occhiali grossi e neri, dvd masterizzati di Braveheart e libri di poesie erotiche di Micio Tempio con la prefazione del Prof. Santi Correnti.

Così, mi sono diretto fiero, con la schiena dritta ed il piede pendulo al bancone dei relatori. Ho preso il microfono in mano e ho esposto pacificamente il mio pensiero, che proverò a sintetizzare adesso in qualche riga.

Io sono uno dei catanesi che ha il vizio di fermarsi quando il semaforo è rosso. Confesso la mia debolezza. E’ una tentazione alla quale non riesco a resistere, pur sapendo che a Catania il semaforo rosso non rappresenta un divieto, ma un consiglio: un consiglio che può provocarmi uno scompenso dell’equilibrio elettrostatico. Perché il semaforo a Catania è una zona a sovranità limitata, come tante piccole Repubbliche di San Marino di 50 metri quadri, nelle mani di persone che tra l’altro San Marino non sanno manco dove è: i lavavetri.

Io purtroppo, ma ne sono cosciente, vivo la vicinanza del lavavetro alla mia macchina come un tentativo di violenza sessuale, forse anche a causa di alcuni conflitti di Edipo ancora irrisolti che mi porto dietro da bambino. A mia parziale difesa, tuttavia, posso dire che le ho proprio provate tutte per fare capire al lavavetro che il parabrezza me lo lavo quando dico io e non quando lui ci mette la spugna di sopra con lo stesso stimolo fisico di chi ha tra le mani la carta vincente per “fare Porco”.

In un primo momento della mia vita, ricordo di essermi limitato a dirgli un banale no, anche se con la stessa mimica facciale di chi risponde alla domanda “vuoi che ti faccio un controllo alla prostata adesso, senza guanti?”

Ciò nonostante, con insano ottimismo, il lavavetro medio interpretava il mio no come un “si, dai, un bel controllino alla prostata al semaforo è proprio quello di cui ho bisogno oggi; e, mentre ci sei, prenotami pure un PAP test.

Così mi sono fatto sperto, tanto da essermi preso l’abitudine di azionare il mio tergicristallo ogni volta che fiutavo l’intenzione del lavavetro di violentare la mia macchina. E mentre premevo la leva godevo intellettualmente: “oh si lavavetro, guarda come me lo pulisco da solo il vetro con l’acqua e sapone di serie, senza che tu mi puoi mettere le mani addosso…”. Una soluzione questa, però, che mi frustrava non poco. Mi sentivo come un marito costretto a masturbarsi per non fare l’amore con la moglie.

Ed infatti il lavavetro aspettava che il mio tergicristallo avesse finito di farmi godere intellettualmente ed iniziava tranquillamente a pulirmi il vetro meglio del mio tergicristallo.

Stanco e deluso, sono passato alla fase della strategia militare spicciola. E così, ogni volta che arrivavo al semaforo, mi fermavo appositamente a tre metri di distanza dalla macchina davanti alla mia. Non appena il lavavetro superava la linea immaginaria tracciata dal mio cofano, io mettevo di colpo la prima, acceleravo tre metri in avanti e lo lasciavo sul posto.

Ma anche questa mossa veniva arginata con carattere di rapidità. La voce ormai si era sparsa in città e la foto segnaletica della mia macchina era appesa in tutti i semafori di Catania, al punto che i lavavetri avevano attuato una controstrategia. Ogni volta che esaurivo la fase “premi frizione” – “prima” – “accelerata di colpo”, mentre mi assicuravo dallo specchietto retrovisore di essermi messo il nemico alle spalle, dal portabagagli della macchina davanti alla mia usciva a sorpresa  un altro lavavetro che si attaccava al mio parabrezza come l’uomo ragno. E mi fotteva in pieno.

Stante l’intervenuta prescrizione, confesso anche di avere più volte pensato di farmi giustizia sommaria con armi bianche di piccolo calibro, manichi di scopa, piedi di porco, vasi Ming ed estintori.

Poi, però, ho deciso di abbandonarmi all’astuzia e ho iniziato a presentarmi al semaforo con lo scooter. Ma questi ovviamente hanno provato a lavarmi anche il paravento. Allora, una volta che ho capito che se non avessi avuto il paravento mi avrebbero lavato gli occhiali da sole e se non avessi avuto gli occhiali da sole mi sarebbero venuti a cercare sottacqua alla Plaja per lavarmi i vetri della maschera, ho deciso di arrendermi.

E così non mi è rimasta altra soluzione che diventare loro amico. Ho parlato con la mia banca ed abbiamo programmato di convertire il quinto del mio stipendio in monete di piccolo taglio, che puntualmente distribuisco nei migliori semafori della città. Ci sono giorni che spendo anche 20 euro facendo il seguente percorso: Via Giuffrida, Via Ventimiglia, Corso Sicilia, Via Sant’Euplio, Viale XX Settembre, Piazza Trento, Corso Italia. In compenso ho un vetro così pulito che riesco a vedere fino a Mazara del Vallo.

Tuttavia, anche se oggi sono lontani quei momenti in cui la guerra psicologica con i miei amici mi costava non poche offese alla mia reputazione – perché non bisogna aver fatto il viaggio di nozze nello Sri Lanka per riuscire a capire quando il lavavetro ti manda a fare in culo – non riesco a soffocare il mio sentimento di riconoscenza verso chi ha sofferto insieme a me ai semafori, quegli eroi rusticani di cui non mi stancherò mai di tessere le lodi e per il contributo nella repressione della micro criminalità e per l’abnegazione nel mantenimento dell’ordine pubblico: i Vigili Urbani di Catania, gli unici al mondo che si lavano la camicia d’ordinanza a casa ed infatti ce l’hanno tutti di colore diverso; qualcuno porta addirittura il cappotto a luglio perché la camicia azzurra gli è diventata bianca.

E come posso poi dimenticare quell’amministrazione comunale che gestisce il problema lavavetri con lo stesso pragmatismo con cui ha gestito gli altri? “Ci sono i cani randagi? Ma che pobblema c’è? Affidiamoli agli pissicologi”.  “Ci sono le buche alla circonvallazione? E che pobblema c’è? Transenniamo le buche.” “Ci sono i lavavetri ai semafori? E che pobblema c’è? Eliminiamo i semafori.”

Il mio pensiero va soprattutto alle migliaia di commilitoni caduti al fronte insieme a me. Per questo, se le mie parole non avranno un seguito, organizzerò la prima giornata mondiale di protesta contro il lavavetro. Tutti i catanesi si presenteranno all’uscita del tunnel del Viale Mediterraneo con una bicicletta. Lì verrà assegnata una pettorina e una bottiglia di zibibbo.

Dopodiché, percorreremo tutti insieme la Via V. Giuffrida fino all’incrocio con Viale R. Sanzio. Una volta giunti al semaforo, davanti questa enorme scia di ciclisti, forse, notando l’assenza di un parabrezza da lavare, il lavavetro, in fondo, nella buona sostanza, capirà che simbolicamente ci ha un po’ rotto la minchia.

E se neanche questa forma di resistenza passiva riuscirà a sensibilizzare le istituzioni, allora, forse interpretando il pensiero comune, mi farò carico di proporre una soluzione alternativa altrettanto convincente.

Perché io credo che non sia necessario eliminare il semaforo per eliminare i lavavetri. Credo sia sufficiente eliminare il rosso: quantomeno li mettiamo sotto.

Catania 8 giugno 2009

Avv. Mattia Serpotta,

comunque, ancora incensurato

© Edizioni Sokone

Tutti i diritti sono riservati, ma non so a chi


Categories: CATANIA IN MUTANDE

Stancanelli, il randagismo e viceversa

Raffaele Stancanelli e i cani randagi

Io voglio un mondo di bene a Raffaele Stancanelli. Perché è uno che ride. Ride mentre si sforza di pronunciare Comune la parola Gomune. E ride anche se quelli che non lo hanno mai visto il Venerdì pomeriggio su Teletna, mentre risponde alle domande dei parenti di Tony Zermo, non hanno ancora capito che è anche il Sindaco di Catania.

Raffaele Stancanelli è uno che ride. Ride, perché tanto sa che tutto quello che accade a Catania non può essere colpa sua, ma di chi lo ha preceduto, il quale a sua volta dice che lui non ci colpa, anzi per lui è tutto apposto e grazie a lui Catania è diventata Lugano: al massimo ci colpa chi lo ha preceduto, ma questo secondo schemi mentali, figli di una età biologica ancora prematura, che lo inducono a retroagire fino ad Ignazio Marcoccio. E forse anche di più.

Per questo ride Raffaele Stancanelli. E mentre ride, si siede al quintultimo posto nella classifica dei sindaci più amati di Italia: quintultimo, in un sondaggio che vede al primo posto dell’indice di gradimento politico degli italiani, brava gente, non Sandro Pertini e Giovanni Spadolini, ma Raffaele Lombardo e Giuseppe Castiglione[1]. Ride Raffaele Stancanelli. E io per questo gli voglio bene. Ora, scusate una piccolissima digressione.

Mercoledì 18 febbraio 2009, intorno alle ore 15 circa, come di consueto, mi trovavo al cesso. Non sul cesso. E neanche nel cesso. Ma al cesso. Perché il cesso rappresenta l’esatta dimensione di un momento, l’istante unico in cui la mente subisce il fascino primitivo del movimento del corpo.

E così, dopo avere cercato invano, rispettivamente su “La Repubblica”, il “Corriere della Sera” e “Il Giornale”, spiegazioni su come fosse possibile che in Italia, alla condanna di una persona corrotta dal capo del Governo, seguissero le dimissioni del capo dell’Opposizione, mi accingevo a sfogliare la cronaca di Catania del giornale “La Sicilia”: in verità, con la stessa aspettativa di conoscenza di chi cerca notizie sull’andamento dell’indice Dow Jones nell’ultimo numero di Quattroruote.

Tuttavia, dopo aver letto con gli occhi a cotoletta titoli accattivanti, quali  “Palazzo degli Elefanti sotto osservazione, già controllati i cornicioni adesso il tetto”, “Casa teatro Bicocca, riscatto sulle ali dell’arte”, “Rapina Piazza Armerina, preso anche il complice”, insieme alle sempreverdi “Sette proposte per valorizzare il centro storico” avanzate dal noto propostologo Puccio La Rosa, la mia cornea veniva rapita dalle parole che seguono: “SE IL COMUNE AFFIDA I RANDAGI AI VETERINARI DEL COMPORTAMENTO”.

In quel preciso istante, si consumava in me quel meraviglioso processo mentale che porta il cervello all’improvvisa esplosione di una associazione tra la parola e l’immagine.

Per intenderci, la mia memoria non aveva proiettato il fotogramma di quel cane randagio che mi ero impaiato in pieno con la macchina sulla provinciale per Bronte, strada in cui notoriamente, da quando è stato inventato il motore a scoppio, le Amministrazioni che si sono succedute non sono riuscite a risolvere l’annoso problema dell’attraversamento a motti subbitanea di una vasta gamma di essere viventi, dalla rana a Stevie Wonder. Ma la mia mente non aveva pensato neanche a quel cane randagio che, all’età di sette anni, mi aveva assicutato nelle campagne di Passo Pisciaro, senza mai conoscere la parola stanchezza e solo perché stavo prendendo a pallonate una lucertola nel suo territorio, tra l’altro provocandomi uno shock emotivo di cui porto ancora oggi i segni evidenti.

No, in verità, quel mercoledì pomeriggio, la mia mente era risalita altrove, a quella trentina di cani randagi che, con un improvviso colpo di mano, si sono ripartiti la giurisdizione su P.za Europa, P.za Nettuno, P.za Roma e Archi della Marina, di fatto sostituendosi alla già vacillante autorità dei Vigili Urbani. Preciso, per chi chiama da fuori Catania, che P.za Europa, P.za Nettuno, P.za Roma e gli Archi della Marina non si trovano in mezzo alla sciara, ma sono proprio i primi quattro punti della città che mi verrebbero in mente se dovessi disegnare un quadrato con un compasso, piantandolo con istinto assassino al centro della cartina di Catania.

Il titolo de “La Sicilia”, lo confesso, mi coinvolse e sconvolse emotivamente da subito, anche se conservavo ottimista la timida speranza che, dietro quel “SE IL COMUNE AFFIDA I RANDAGI AI VETERINARI DEL COMPORTAMENTO”, si nascondesse una soluzione rivoluzionaria a quello che a sentirlo così non sembra, ed invece è, il problema del randagismo a Catania.

Tuttavia, scorrendo tra le righe dell’articolo a firma di una sempre impeccabile, e mai banale, Pinella Leocata, la mia faccia venne ad assumere lo stesso colorito paonazzo che, immagino, avrebbe assunto se avessi letto che Raffaele Stancanelli, che è il Sindaco di Catania di cui vi parlavo prima, era stato arrestato al Passiatore, vestito come uno dei Village People, con gli stivali in radica e la fascia tricolore legata sulla fronte come Rambo, mentre gridava ad una pattuglia di Vigilantes della Occhiuvivu “lasciatemi stare, voi non sapete chi sono io”, il tutto con il nullaosta del cerimoniere delle festività agatine, Cav. Maina.

Per capire se vivo in una città invisibile, voglio riportarvi fedelmente dal giornale “La Sicilia” del 18 febbraio 2009, pag. 25 e 26, i passi iniziali dell’articolo in questione, permettendomi di indicare in corsivo, e senza contraddittorio, le parole chiave che mi hanno lasciato un velo di perplessità:

«Adesso, per neutralizzare le possibili intemperanze dei cani randagi, scendono in campo i veterinari comportamentalisti. In attesa che sia perfezionata la convenzione con le associazioni animaliste che dovrebbero concorrere alle sterilizzazioni, che sia stipulato l’accordo con l’ente di Trabia disponibile ad ospitare 50 cani morsicatori, che sia espletato il bando di gara europeo grazie al quale si dovrebbe provvedere per un triennio alla custodia e all’affido di 500 randagi, in attesa che questo annoso e spinoso problema si avvii a soluzione, il Comune, con un imprevedibile scarto laterale, si affida allo studio e alla comprensione della psicologia canina e, possibilmente, alla rieducazione degli animali.

Tutto nasce dall’incontro e dalla collaborazione istituzionale tra enti pubblici e, in particolare, con il servizio di Igiene urbana veterinaria della Ausl3…Qui lavorano alcuni veterinari che…applica allo studio degli animali il metodo zooantropologico e il cui obiettivo è comprendere e regolare le interrelazioni tra l’animale e l’uomo in area urbanaGrazie a loro, all’osservazione diretta e clinica e allo scambio di informazioni con i cittadini che vivono in zona, quelli che amano i cani e quelli che li detestano, sappiamo tutto del branco di cani randagi di piazza Europa».

Per riprendermi dalla violenza subita da quella mano ideale che mi aveva preso a tumpulate mentre leggevo queste parole, mi sono alzato di scatto dal recettore dei miei residui biologici, come se mi avesse morso una vipera nel culo, e con i pantaloni ancora abbassati, con la stessa coordinazione motoria di quando faccio jogging dentro un sacco nero della munnizza, mi sono precipitato verso il mio computer alla ricerca di qualcuno disposto a vendermi subito una dose di crack.

Non riuscendo a procurarmi sostanze psicotrope che, secondo la mia visione dell’economia, fossero a buon mercato, ho potuto riparare con le note del Maestro Franco Battiato e le parole del filosofo Manlio Sgalambro.

Così, ho pensato e ripensato a Catania. E la prima immagine che mi è venuta in mente è stata quella della città in cui è morto lo sceriffo. Perché,  quando in una città muore lo sceriffo, la conoscenza ed il rispetto delle regole, di tutte le regole, anche di quelle per fare un panino doppia porchetta e formaggio, rimangono affidate alla esclusiva coscienza del singolo.

Con questa riflessione sospesa nella mente, iniziava a crescere in me il fortissimo sospetto che tutto quello che io stavo capendo mercoledì pomeriggio non fosse sfuggito neanche ai cani randagi di P.za Europa che, ancor prima di diventare randagi, devono essere diventati catanesi. Per convincermi di ciò, mi sono lasciato coinvolgere emotivamente dalla mia immaginazione.

E così, mentre per sedare la mia rabbia non mi rimaneva altro che mangiarmi la nutella con le dita dei piedi, mi sono fatto sempre più persuaso che, se oggi a Catania venisse in vacanza un cane randagio della Valtellina, non ci metterebbe più di cinque minuti per decidere di trasferirsi da noi definitivamente, unitamente a tutto il suo pedigree.

Solo che, come il rumeno medio non sceglie di lasciare Bucarest perchè lì non ci sono cinema multisala, così il motivo scatenante della scelta di vita del cane randagio della Valtellina non sarebbe certamente la prospettiva di trovare a Catania ossi di pollo buttati strada strada: anche perché, al massimo, troverebbe divani letto senza letto, intere batterie di pentole a pressione, pirofile, frigoriferi, vecchie biciclette marca BMX senza sellino, pianole, forni a microonde, ruote scoppie, carriole, lavandini e walkman, tutti oggetti difficilmente commestibili anche per un randagio.

No. Il cane randagio della Valtellina fiuterebbe l’assenza dello sceriffo in città già all’altezza del Gelso Bianco e, una volta arrivato in P.za Europa, ne avrebbe la conferma.

Lì, in mezzo ai camion dei panini, a soli due passi dai bidoni della munnizza di Piero Burgher, troverebbe ad attenderlo i colleghi randagi di Catania, i quali, essendosi conservati l’articolo di Pinella Leocata nella sacchetta, lo informerebbero che l’unica cosa a cui bisogna prestare attenzione in città è non dare segni evidenti di disturbo multiplo della personalità o di indole ossessivo – compulsiva. E già, perché la terribile e temibile Amministrazione comunale, non avendo i soldi per pagare, nell’ordine, il mantenimento di un canile, lo stipendio dell’accalappiacani e la benzina del camion dell’accalappiacani, si è messa nottetempo d’accordo con il servizio di Igiene urbana veterinaria della Ausl3, per studiare quella psicologia che il cane randagio non sapeva neanche di avere, perché nella sostanza è un cane e non un uomo a cui piace calzare le scarpe di Platinette.

Ed allora ecco che nella città senza sceriffo, in assenza dello sceriffo,  anche il cane randagio abituato all’ordine ed alla disciplina della Valtellina si sentirebbe catanese dentro nell’arco di cinque minuti e senza bisogno di frequentare un corso di formazione al Fortino.

Quel cane anzi, dopo avere riso per mezzora in combutta con i colleghi catanesi, pensando e ripensando al gruppo di scienziati a cui il Comune ha dato incarico di studiare il suo comportamento, ci prenderebbe prima per il culo su tutti i forum di internet e si convincerebbe poi che, qualora  qualcuno si avvicinasse al suo territorio di P.za Europa − ma il ragionamento è valido anche per quello di P.za Nettuno o P.za Roma o degli Archi della Marina − come minimo lui, in quanto cane residente a Catania, sulla base di un’equa ponderazione rischi-benefici, avrebbe il diritto di staccargli un braccio dalla sede naturale o di pisciargli addosso, a secondo che lo sconfinamento avvenga prima o dopo i suoi pasti.

Mentre mi barcamenavo tra questi pensieri assillanti, non riuscivo neanche a togliermi davanti l’immagine di chi, non trovando nel bilancio comunale una voce disponibile per risolvere il problema del randagismo, avesse iniziato a sbattersi la testa ai piedi del liotro alla ricerca di una soluzione alternativa. E’ in quel momento, mi sono detto, che probabilmente si sarà consumato il genio.

Ci sarà stato qualcuno − di cui ancora purtroppo mi manca il nome, il cognome, la qualifica, il curriculum e il casellario giudiziale − che, in circostanze ancora da chiarire, deve  avere  avuto  un’illuminazione  fulminante  come  un  ictus:  “se non possiamo rinchiudere i randagi in un canile − si sarà detto − dobbiamo quantomeno studiarne la psicologia. La storia ce lo insegna”. E via di lì ad arrovellarsi nei meandri di domande esistenziali: “Oh randagio, perché sei tu randagio? E a cosa pensi, cane randagio, quando vuoi lasciarmi la tua arcata dentaria sul braccio? Quali traumi infantili, abbandoni, violenze sessuali, maltrattamenti, disagi sociali, vincite al superenalotto, hai dovuto subire per diventare così randagio? Io devo sapere e capire cane randagio”.

E alla fine di tutte queste domande angoscianti, ecco finalmente maturare la decisione, sofferta forse, di chiamare l’Asl 3. Ad attenderlo dall’altra parte della cornetta, non il cameriere del Bar di sotto, ma un disponibilissimo gruppo di veterinari del comportamento, cui lui avrà intimato di appostarsi sotto i portici di P.za Europa − camuffati con l’impermeabile grigio e gli occhiali da sole, nascosti solo da una copia omaggio de “La Sicilia” del giorno prima, con due buchi al centro − e di raccogliere sul lettino le confessioni sconcertanti dei poveri randagi.

E’ così che immagino sia venuto fuori quel quadro clinico che Pinella Leocata, nell’esercizio delle sue funzioni, non si è fatta sfuggire.  Se a voi, invece, come credo, fosse sfuggito quello che senza tema di smentita non esiterei a definire, non uno scoop, ma uno scooppone, ecco ampi stralci di questo preziosissimo contributo scientifico, mi dicono candidato alla pubblicazione nella prestigiosissima rivista “Dog’s Psicology”[2].

Tu, tu catanese, tu che hai sempre preferito girare con tre etti di filetto nel portafoglio da tirare al primo cane randagio che ti avesse assicutato in piena P.za Europa, tu, come hai fatto fino ad oggi a vivere senza sapere che «si tratta di 10 elementi guidati da un capobranco maschio, cani che non mostrano particolare aggressività né alcuna attitudine predatoria»?

E tu, tu catanese, tu che in P.za Europa sei stato assicutato da cani che un puma a confronto sembra un tacchino, come hai potuto spaventarti, anche se solo per un istante, senza considerare che il fatto che «abbaiano non vuol dire che mordano, come dice il proverbio»?

E tu, tu catanese, tu che quando passi da P.za Europa ci sono cani che ti vogliono fare il fermo per levarti scooter, soldi, cellulare, documenti e tagliandi della Sostare, come hai fatto a cacarti nelle mutande quando, al contrario, «l’unico intoppo che creano è alla circolazione quando, in fila, attraversano la strada, quasi sempre sulle strisce pedonali, come forse hanno appreso dall’uomo»?

E tu, tu catanese, tu che pensi di poterti presentare in P.za Europa, non con un coccodrillo al guinzaglio, ma con il tuo di cane, come hai fatto fino ad oggi a non capire che «le cose cambiano quando uomini e cani invadono il loro territorio, l’isola verde e, tanto più, se i padroni liberano i propri animali dal guinzaglio»?

Tu, tu catanese, sei un pazzo di catena, perché non sai che «succede come tra gli umani» e cioè che i «cani abituati in casa, ben alimentati e curati, sicuri di sé e forti della presenza del proprietario, sviluppano atteggiamenti di eccessiva sicurezza e provocano».

Si, proprio così, i tuoi cani «provocano e scoppia la zuffa, finora senza alcuno spargimento di sangue», come testimonia «la casistica del servizio della Ausl3 secondo la quale 99 volte su 100 i morsicatori non sono i poveri cani perduti senza collare, ma i cani di casa».

Allora catanese, quando stasera tornerai a casa con più punti della Juventus nell’era Moggi, prima di accendere il decoder di Sky, vedi di non scordarti che «l’atteggiamento corretto da tenere con i randagi è l’indifferenza: perché il problema non sono i morsi, ma la paura dei morsi. I cani l’avvertono, capiscono di non essere ben accetti e reagiscono di conseguenza».

Questo succede nell’anno 2009 nella città senza sceriffo. E nella città senza sceriffo, in assenza dello sceriffo, non passerà tanto tempo prima che il catanese arrivi alla soluzione ultima.

Non parlo del metodo suggeritomi dal mio amico Stephen, detto Stiven, sempre geniale nel suo approccio ai problemi, il quale cinicamente è dell’avviso che, per eliminare i randagi di P.za Europa, basterebbe lasciare correre a tradimento dei conigli in direzione mare, di modo che i cani, nel tentativo di agguantare la preda, non sapendo cosa li aspetta, saltino le ringhiere della scogliera e muoiano annegati a mare.

Io mi riferisco, invece, a quella soluzione su cui credo tutti, anche senza l’aiuto da casa, hanno meditato nella più classica delle domeniche mattina alle 7, quando il cane del vicino abbaiava senza soluzione di continuità. Sto parlando della mai banale polpetta di carne miscelata con mezzo chilo di veleno per suggi, acquistabile liberamente, senza voler istigare nessuno al maltrattamento degli animali, presso qualsiasi ferramenta e colori. Una soluzione questa, certamente barbara, ma che non ti tradisce mai e che pone fine a quella incresciosa sceneggiata cui si è costretti dal proprio balcone di casa, fatta di velate minacce rivolte direttamente al mammifero, ma in realtà indirizzate moralmente al padrone e sintomo evidente di una  degenerazione dei rapporti di vicinato: “a puppetta…a puppetta ti rugnu… mutu…cunnutu tu e to patruni…avi na sìmana ca travagghiu…avi re cincu di matina ca ietti vuci…, manco gnaddu ietta vuci e cinchi matina…quantu è vero Dio stanotte a puppetta ti rugnu”.

D’altra parte, quale efficacia deterrente può avere la consapevolezza che uccidere un animale è un reato, in una città in cui questo reato, a confronto con quelli contestati a chi è transitato da Palazzo degli Elefanti, animali anch’essi (gli elefanti o chi è transitato?), dinanzi a qualsiasi giudice assumerebbe la dimensione di una contravvenzione per divieto di sosta?

In verità, nella città senza sceriffo, la vicenda del randagismo non è solo la vicenda del randagismo, ma assume i contorni della metafora esistenziale di una città che per difetto antropologico sembra essere ormai, a tutti i livelli, nelle mani di nessuno. E se la guardo in faccia e guardo in faccia la sua gente, penso e ripenso alla riflessione che feci da piccolo, quando, entrando al Santa Marta con un braccio rotto, mi sono imbattuto nella faccia di un infermiere: a Catania, pensai precocemente, i problemi fanno meno paura di chi deve risolverli.

Allora, nella città senza sceriffo, in assenza dello sceriffo, non sarebbe paradossale domattina sfogliare il giornale “La Sicilia”, per leggere che il Sindaco, non avendo i soldi per  intuppare le buche, si sia sentito in dovere di ordinare agli operai della Multiservizi di mettersi un dito in bocca, alzarlo al vento per presagire i cambiamenti climatici, studiare la psicologia delle piogge, nonchè l’effetto che esse hanno sulle strade di Catania, per poi arrivare alla conclusione, lampante e drammatica nello stesso tempo, che le buche non sono pericolose: basta saperle evitare.

Catania, senza sceriffo, 1 marzo 2009.

Mattia Serpotta,

nel pieno possesso delle sue facoltà mentali,

ancora incensurato


© Edizioni Sokone

Tutti i diritti sono riservati, ma non so a chi


[1] Fonte “Governance Poll 2008” (Il Sole 24 ore, 12 gennaio 2009).

[2] Le parole tra virgolette che seguono sono contenute nell’articolo di Pinella Leocata e dalla stessa attribuite al dottor Luigi Calabrese della Asl 3.

Categories: CATANIA IN MUTANDE

Pietro Lo Monaco e la microeconomia a Catania

 

Ho appreso che l’Amministratore delegato del Calcio Catania, Pietro Lo Monaco, ha deciso di lanciare nuovamente la campagna abbonamenti per le restanti partite del campionato di Serie A. E siccome ho il fiuto di un cane bracco, ho intuito subito che qualcosa non tornava.

Così, sono andato a vedere i prezzi dell’abbonamento fissati dassiggnòlllomonaco ad inizio stagione (tra parentesi, troverete il prezzo medio di ogni singola partita):

  • Tribuna Elite – 1.850 Euro (97,36 Euro x 19 partite)
  • Tribuna A – 1.035 Euro (54,47)
  • Tribuna B – 475 Euro (25)
  • Curve – 295 Euro (15,52)

Poi ho considerato il prezzo a cui oggi issiggnòlllomonaco offre l’abbonamento per le rimanenti 13 partite interne di Campionato (sempre tra parentesi, troverete il prezzo medio di ogni singola partita):

  • Tribuna Elite – 1.200 Euro (92,30 X 13 partite)
  • Tribuna A – 700 Euro (53,84)
  • Tribuna B – 325 Euro (25)
  • Curve – 200 Euro (15,38)

E siccome la matematica non è sugo di pollo e Issiggnnòllomonaco non è Enrico Cuccia, ho cercato di analizzare la logica microeconomica sottesa a questa offerta, affidandomi alle pagine de “Il piccolo Amministratore delegato di una società di Calcio” (L. Moggi, Mondadori Editore, pagine 4, Lire 20.000).

Solo ad un tifoso in malafede salterebbe all’occhio che Issiggnòlllomonaco ha incentivato i catanesi a correre nottetempo sotto il portone della Società per sottoscrivere i nuovi abbonamenti, grazie ad uno sconto che, confrontando il prezzo medio di ogni partita applicato ad inizio stagione e quello invece praticato adesso per le restanti 13 partite interne, è dello 0,000000000009 %.

Pur di fronte a questo incontestabile dato economico, ho riletto poi il rapporto tra domanda e offerta alla luce di alcuni semplici considerazioni:

  1. prima dell’inizio del campionato, gli abbonati avevano una squadra al primo posto, con 0 punti; chi si abbona dopo 12 giornate, invece, trova una squadra al penultimo posto, con 8 punti;
  2. prima dell’inizio del campionato, sembrava chiaro a tutti che il Catania avrebbe lottato per la Cempion Lig; chi si abbona dopo 12 giornate, invece, trova una squadra che, nonostante la porta sia larga 7 metri e 32 cm, è ultima nella classifica delle reti segnate (11 insieme a Siena e Lazio). E questo perchè (occhio alla cataratta, perché il periodo è lungo), quando Mascara non tira dal casello di San Gregorio, Morimoto non si mette il kimono d’oro e Ricchiuti viene fatto accomodare in panchina a giocare a Zicchinetta, il goal dovrebbe farlo un certo Sig. Plasmati, il quale vede la porta come Aleandro Baldi il microfono, nonostante in un’intervista dell’11 settembre si fosse domandato, bontà sua, come mai i tifosi chiedessero Assiggnòlllomonaco di comprare un altro attaccante, quando lui Plasmati non temeva la concorrenza “neanche di Van Nistelrooy” (ma non Ruud, quello del Real Madrid, si è scoperto in seguito, ma Nino Naccari, negli anni ’90 meglio conosciuto dalla Curva Sud come Na-cca-rì, Na-cca-rì, Ni-no-na-cca-rì, Ohohò Ohohò, ma oggi ribattezzato sui campi di Stivala “Nino Vannisterroi”, perchè guida i Tir dal Gelso Bianco fino ad Amsterdam), intervista a cui Issiggnòlllomonaco ha creduto in buonafede, tanto da non comprare nessun altro attaccante, ritenendo sufficienti quelli in rosa, salvo poi capire dopo 11 reti fatte e 143 non fatte, che poi forse i tifosi, e i rari giornalisti che a Catania non fanno i giornalai, non avevano tutti i torti quando chiedevano Assiggnòlllomonaco di comprare l’attaccante che lui diceva che non c’era bisogno di comprare;
  3. il Catania è allenato da un certo Atzori che, a sentire i giornalisti accreditati come tali al Massimino, sarà pure una gran brava persona, ne capirà così troppissimo di calcio che, se fosse vissuto negli anni ‘70, Nereo Rocco avrebbe venduto cantalupi sui Navigli, avrà pure il polso delle partite, anche quando sostituisce puntualmente LLama, che è l’unico in grado di fare cross al centro dell’area, per fare entrare uno che si aspetta i cross al centro dell’area, solo che non gli arriveranno mai al centro dell’area, proprio perché lui ha fatto uscire chi glieli doveva fare per fare entrare chi li doveva ricevere, avrà “forse ingenuamente” sbagliato a schierare sei mediani a centrocampo contro l’Inter, metterà pure in campo una squadra che, anche quando non riesce a fare un tiro in porta con l’Atalanta, sa essere “cinica, quadrata, tonica, tenace, coraggiosa, vittima di episodi e torti arbitrali da far pagare ancora alla gestione Gaucci” (si ma su i puppetti ca cuntunu), ma, figlio mio, ha una scalogna che forse Atzori, ancor prima della fiducia della gente e della Società, avrebbe bisogno di un bel trapianto di culo, di cui Zenga era donatore sano.

Mi sono bastati i punti 1, 2 e 3 per far crollare quella che, almeno in apparenza, mi sembrava una mossa economica inappuntabile.

E così, complici anche i monologhi Desssiggnòllomonaco, che si distingue per una umiltà, una capacità di autocritica e una simpatia che a confronto Mourinho è Jerry Lewis, ho deciso di lanciare una controcampagna di abbonamento per le restanti partite interne del Catania, il tutto in chiaro regime di concorrenza sleale: invito, pertanto, tutti i tifosi abbonatisi ad inizio stagione a vendere il loro titolo ad un euro in meno rispetto ai prezzi offerti Dassiggnòlllomonaco.

Con il ricavato della vendita, lo scrivente si impegna pubblicamente a portare a Catania da subito un attaccante svincolato a scelta tra Batistuta, Romario, Aguilera, Ruben Sosa e Carletto Borghi. Aderite in massa.

Categories: CATANIA IN MUTANDE

Elezioni politiche 2008. Dichiarazioni pubbliche di voto

 

 

Al Presidente della Repubblica

Al Presidente del Senato

Al Presidente della Camera dei Deputati

Al Presidente del Consiglio dei Ministri

Al Presidente della Corte Costituzionale

Al Presidente della Corte di Cassazione

Al Presidente della Corte d’Appello di Catania

Al Prefetto di Catania

Al Procuratore della Repubblica di Catania

Al Sindaco di San Gregorio di Catania

Al Comandante  Stazione C.C. di San Gregorio di Catania

 

 

Ecc. me Autorità dello Stato italiano, il  sottoscritto  Mattia  Serpotta,  nato  a  Catania  il 28.11.1978, residente in San Gregorio di Catania, in via L. da Vinci n. 12

COMUNICA

che, in data 13 aprile 2008, alle ore 17 in punto, con un margine di cinque ore dalla chiusura delle operazioni di voto, si presenterà spontaneamente presso la sezione n. 5 del Comune di San Gregorio, nelle cui liste elettorali risulta ancora regolarmente iscritto. Per le determinazioni che le  S.V. intendono  adottare, tuttavia, precisa che lo scrivente interverrà vestito con una tuta ignifuga, con una fiamma ossidrica nella mano destra ed un estintore nella mano sinistra e che, per le ragioni che di seguito verranno analiticamente  illustrate, non è ancora  in grado di prevedere gli usi che il corso naturale degli eventi potrà  indurlo a fare degli stessi. Detto questo, ha da aggiungere due parole.

 

In un Paese a democrazia limitabile e limitata come l’Italia, dopo soli due anni dal rinnovo del precedente Parlamento nazionale, mi trovo costretto ancora una volta a presenziare fisicamente e psicologicamente all’interno di un seggio elettorale, evento che disturba non poco la mia persona a livello epidermico, già solo all’idea di entrare  in contatto con  il soggetto facente le funzioni di scrutatore. Ed invero, questa cellula impazzita della burocrazia italiana, in questa zona a sovranità limitata quale è la sezione n. 5 del Comune di San Gregorio di Catania, per secolare  tradizione,  rifiuta  immotivatamente di procedere alla mia personale identificazione mediante l’istintiva esibizione della patente di guida, umiliandomi e deridendomi alla presenza di terze persone, come se avessi tirato fuori la tessera scaduta del Blockbuster di Viale Mario Rapisardi.

Per questa via, di fronte ad una simile angheria logico–giuridica, complice soprattutto una mia discutibile conformazione caratteriale, mi vedo costretto a manifestare una disponibilità a piegarmi  in favore dell’altrui convincimento pressoché analoga a quella di un tubo del metano di fronte al calore emanato da un accendino marca ZIPPO, insistendo così con orgoglio nel premeditato proposito di non uscire dal  seggio elettorale fin  quando lo scrutatore medesimo non  avrà  acconsentito  alla mia incessante richiesta di identificarmi mediante la predetta patente di guida, a meno  di  ricevere una pugnalata a tradimento tra la quarta e la quinta vertebra.

Tutto questo, aggiungo, accade nonostante potrei sedare in via bonaria ogni possibile  fonte di attrito con il mio interlocutore, esibendo sia la carta di identità che il passaporto, tra l’altro recentemente rinnovati, documenti che deliberatamente, e  forse anche masochisticamente, porto con me e che potrei tirar fuori dal mio portafoglio a motti subbitanea, con la stessa arroganza, la stessa soddisfazione emotiva e lo stesso gesto atletico dell’Ispettore Callaghan quando estrae  la propria 44 Magnum di fronte ad uno stupratore del Bronx, tra la ventiduesima e la trentaquattresima strada.

Al contrario, non sono disposto ad arretrare minimamente neanche di fronte alla  ventilata possibilità di una transazione  in via extragiudiziale,  che preveda l’accompagnamento coattivo dei miei genitori legittimi, certamente non ostili a testimoniare, sotto la propria penale responsabilità, il giorno, l’anno, il mese e l’ora del mio concepimento, unitamente al numero di spermatozoi impiegati. Giunti  a questo punto,  inizio  a  sentire  il  fiato degli  elettori  in  coda dietro di me, i quali non sembrano gradire particolarmente il rallentamento da me provocato e lamentano di avere lasciato improvvidamente la macchina in seconda fila sotto la vigile custodia della suocera novantenne.

Così, dopo aver fisicamente respinto il tentativo incostituzionale di taluno di tenermi bloccato per le braccia e per i piedi al  fine di agevolare il Presidente del seggio, il quale ormai mi lascia intendere  che  vuol  tirare fuori  in via coatta dai miei pantaloni  la carta di identità o il passaporto di cui  sopra,  rimasto  immune  con  eroica  indifferenza  all’atteggiamento sarcastico tipicamente catanese di chi offre il proprio documento per le operazioni di riconoscimento della mia persona, per far valere le mie ragioni di cittadino mi vedo costretto ad affrontare solitario un pubblico dibattito circa l’equipollenza tra la carta  di  identità  e la patente di guida quali validi documenti di riconoscimento, dibattito certamente formativo sul piano umano poiché arricchito dalle argomentazioni più innovative, soprattutto de iure condendo, ivi compresa l’inevitabile distinzione, in verità puramente di scuola, tra la vecchia patente rilasciata dalla Prefettura e la nuova patente  c.d. “a bancomat” rilasciata dalla Motorizzazione; distinzione, invero, avente quale substrato argomentativo esclusivamente la convinzione  che  la Prefettura sia Autorità gerarchicamente inquadrabile nell’apparato burocratico dello Stato italiano, quando invece alla Motorizzazione vada riconosciuto e garantito il medesimo rispetto e la medesima dignità della Pro Loco di Piedimonte Etneo.

Tale dibattito può protrarsi anche per ore, alla presenza delle forze dell’ordine  che, nel frattempo accorse  per ristabilire e mantenere l’ordine pubblico, non sembrano aver del tutto chiara la risposta alla mia domanda se  la  patente  di  guida  valga  o meno  come  valido documento  di identificazione personale. Il loro democristiano rifiuto di prendere posizione sul punto provoca in me un risentimento muscolare all’altezza del  torace,  con  sospetto interessamento del miocardio, apparendomi assolutamente paradossale che, se io fossi fermato da quelle  stesse  forze dell’ordine un minuto dopo  che sono uscito dal quel seggio elettorale, ad esempio perché sono passato con il rosso, si verificherebbe una sequenza logica di questo tipo → ore 18.00, interno del seggio elettorale, le forze dell’ordine fanno gli indiani e non prendono posizione sulla questione se la patente di guida sia o meno un valido documento di riconoscimento → ore 18.01, semaforo nella strada antistante il medesimo seggio elettorale, passo col rosso e vengo fermato dalle stesse forze dell’ordine delle ore 18.00, subisco il seguente dialogo:

 

− LORO: «Buongiorno…Favorisca patente e libretto…».

− IO: «…Ecco qui…prego…».

− LORO: «Allora…Signor…Serpotta…Mattia…nato a Catania il 28 novembre 1978…residente in San Gregorio di Catania…in via L. da Vinci 12…lei è in contravvenzione perché è passato con il rosso…».

− IO: «Esatto…e qui vi volevo. Seguite il mio ragionamento perché è interessante. Un minuto fa, all’interno del seggio elettorale, voi siete rimasti indifferenti di fronte allo scrutatore che si rifiutava di riconoscermi mediante quella stessa precisa, identica, spiccicata, patente di guida, con la quale voi adesso, al contrario, mi state riconoscendo benissimo, quasi come se da piccoli avessimo giocato a pallone insieme ai Salesiani, tanto che ora, nel redigere il verbale di contravvenzione, non avete il ben che minimo dubbio di avere davanti Serpotta Mattia, nato a Catania il 28 novembre 1978 e residente in San Gregorio di Catania, in via L. da Vinci 12. Ebbene, rebus sic stantibus, seguendo il ragionamento fatto dallo scrutatore all’interno del seggio, e avallato dalla vostra indifferenza, poiché la persona indicata nella patente di guida che voi avete adesso nelle mani potrebbe essere chiunque, da questo momento in poi mi dichiaro vostro prigioniero politico e, fin quando non procederete ad una mia identificazione coatta mediante carta di identità, alla presenza dei miei avvocati, io mi rifiuterò di sottoscrivere il verbale che mi state testè consegnando brevi manu».

− LORO:  «Signor  Serpotta,  lei  è  in  stato  di  arresto  per  resistenza  a pubblico ufficiale».

 

Solo ed esclusivamente quando lo scrutatore è ad un passo dall’azionare contro di me il dispositivo anticacacazzi fornitogli dal Ministero degli Interni, di fatto avallando l’ormai prossima decisione del Presidente di sezione di ordinare l’espulsione coattiva della mia persona dal seggio elettorale; solo quando sono vicino al linciaggio e alla lapidazione pubblica, ebbene solo, ma solo in quell’istante, con un colpo di scena epocale, sono disposto a portare la mia mano all’interno della tasca dei pantaloni. In quel momento, mentre tutti immaginano già la mia resa senza condizioni, ad eccezione di qualche individuo figlio dell’apparato mediatico moderno, il quale è convinto di essere ad un passo dalla morte per mano dell’azione suicida di un terrorista appartenente ad una cellula eversiva di San Gregorio di Catania, comunque collegata ad Al Qaeda, disposto a far saltare in aria l’intero seggio per la causa indipendentista siciliana, in quel momento allora mi troverò costretto a tirare fuori dalla tasca dei miei pantaloni numero uno pagina dattiloscritta.

E così, prima puntando in faccia allo scrutatore il dito della mano destra, mutuando la postura dal candidato alla Regione Giuseppe Arena, in seguito alzando l’intera mano verso il cielo in posizione parallela al corpo, imitando il buon Franco Baresi quando chiamava il fuorigioco secondo gli schemi dell’indimenticabile Milan di Sacchi, lo Stato italiano mi avrà costretto a procedere alla lettura della seguente dichiarazione:

 

«Scrutatore medio italiano che sei solo un innocente prodotto surrogabile della burocrazia italiana, il destino beffardo di un sorteggio ha voluto opporti in data odierna alla mia persona. Hai dovuto aspettare questo momento per apprendere quanto, invece, avresti dovuto sapere per il ruolo istituzionale che ricopri e cioè che, l’art. 57 del “Testo unico delle leggi per l’elezione della Camera dei deputati” (DPR 30 marzo 1957, n. 361, e successive modificazioni), altresì richiamato dall’ art. 27 del “Testo unico delle leggi recanti norme per l’elezione del Senato della Repubblica” (D. Lgs. 20 dicembre 1993, n. 533), prevede espressamente che il riconoscimento degli elettori debba avvenire mediante esibizione della carta d’identità o di altro documento di identificazione.

Trova così applicazione l’art. 35, comma secondo, del DPR 445 del 2000, secondo il quale sono equipollenti alla carta di identità quali documenti di riconoscimento, “il passaporto, la patente di guida, la patente nautica, il libretto di pensione, il patentino di abilitazione alla conduzione di impianti termici, il porto d’armi, le tessere di riconoscimento, purché munite di fotografia e di timbro o di altra segnatura equivalente, rilasciate da un amministrazione dello Stato”.

Al  fine  di  umiliarti  oltremodo, per fugare eventuali  dubbi, aggiungo che una circolare del Ministero dell’Interno del 14/03/2000,  n. M/2413/8, ha chiarito in maniera inequivocabile che anche la nuova patente di guida plastificata, rilasciata dalla Motorizzazione, è documento idoneo alla identificazione personale.

Per le superiori ragioni, da questo momento in poi ti invito a non opporre più resistenza alcuna nei confronti della mia persona, ti diffido a procedere alla mia identificazione personale mediante la stessa patente di guida con cui ti avevo chiesto di identificarmi tre ore fa, ti intimo di consegnarmi con carattere di immediatezza le schede elettorali che mi spettano e la relativa matita e  ti avverto che, in caso contrario, ti deferirò alla competente Autorità Giudiziaria  per  omissione  di  atti d’ufficio,  ai  sensi  dell’art.  328 del  codice  penale.  Scrutatore  medio  italiano rimani in ogni caso un cretino».

 

Dopo  avere  assaporato  questa  prima,  per  quanto  faticosa, soddisfazione morale, dopo che lo scrutatore medio italiano, nel frattempo entrato  in depressione, avrà  finalmente deciso di consegnarmi  la matita di compensato  che  il  Ministero  degli Interni  fornisce al cittadino italiano, unitamente a due schede di un colore che non costituiscono un ottimo incentivo alle operazioni di voto (una gialla per il Senato della Repubblica italiana ed una rosa per la Camera dei Deputati della Repubblica Italiana), iniziando ad atteggiarmi all’interno del seggio con le movenze del Messia, lasciati alle spalle i miei primi proseliti, indosserò una tunica di fortuna e la fascia tricolore ed entrerò finalmente dentro la cabina elettorale, fatta con il materiale avanzato dalla produzione delle matite.

Dovrebbero iniziare così le mie dolorosissime operazioni di voto. All’interno della predetta cabina, lo Stato italiano mi vorrebbe costringere a srotolare schede dell’ampiezza di un coprimaterasso della Permaflex e a cercare di esprimere, anzitutto, una preferenza per il mio schieramento politico. E so già che mi partirà un embolo in diretta quando troverò raffigurati, in un quadro generale che non esito a definire di inquinamento visivo, accanto ai soliti PDL, PD, LA DESTRA, MPA, SINISTRA ARCOBALENO, LEGA NORD, UDC, FORZA NUOVA, i simboli delle seguenti  liste, con annesso  candidato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana (notizia verificabile nel sito del Ministero degli Interni, al seguente  link: www.interno.it/mininterno/site/it/sezioni/sala_stampa/speciali/Elezioni_2008):

 

  1. IL LOTO → candidato premier LUIGI FERRANTE
  2. PEPPE  40  GIUSTA  TARANTO  SUD  LIBERO →  GIUSEPPE QUARANTA
  3. LISTA DEI GRILLI PARLANTI → RENZO RABELLINO
  4. DIE FREIHEITLICHEN → PIUS LEITNER
  5. PER IL BENE COMUNE → STEFANO MONTANARI
  6. SARDIGNA NATZIONE → BUSTIANU CUMPOSTU
  7. PARTITO COMUNISTA MARX – LENIN → DOMENICO SAVIO
  8. ASS.  DIFESA  VITA  −  ABORTO?  NO  GRAZIE →  GIULIANO FERRARA.

 

Di fronte a questo ennesimo ostacolo psico-giuridico all’esercizio del diritto di voto, dopo avere elaborato il vuoto  incolmabile rappresentato dall’assenza tra le precedenti liste di uno dei 32 micropartitini nati dalle ceneri di quella Democrazia Cristiana che ha governato in modo culinario l’Italia nei primi cinquant’anni di storia repubblicana, il “Partito della Democrazia Cristiana” di Giuseppe Pizza, detto Pino, partito che, per intenderci, annovera un numero di elettori tale che il Congresso può tranquillamente celebrarsi all’interno di una cabina telefonica, ma che con un ricorso al Consiglio di Stato rischiava di far rinviare le elezioni del 13 e 14 aprile, così provocando una generale presa per il culo globalizzabile fino allo Zimbabwe meridionale, ecco che  io vorrei provare a scrivere il nome del  candidato accuratamente prescelto per rappresentare  la mia ideologia politica. Invece, con inaspettata sorpresa, sono costretto a rilevare che le schede elettorali consegnatemi dopo tanta agognata fatica non prevedono spazio alcuno per scrivere, in omaggio alle basilari regole delle democrazie liberali, alcuna preferenza nominativa.

Proverò a girare e rigirare come un calzino questi due lenzuoli, ma siccome ho una visione pessimistica della realtà sarò temporaneamente convinto di essere stato vittima di un errore di stampa delle schede elettorali. Così uscirò per la prima volta dalla cabina elettorale ed incontrerò nuovamente lo sguardo, ormai timoroso, del Presidente di sezione, il quale pur di evitare un nuovo pubblico contenzioso con il sottoscritto sarebbe pronto a ballare il tip tap sopra l’urna elettorale:

 

- IO: «Presidente…temo che ci sia stato un errore. Mi avete consegnato due schede stampate male…Manca, infatti, lo spazio per scrivere il nome del politico che voglio votare».

- PRESIDENTE: «Eccellenza…si…insomma…come dire…non è colpa nostra…ma…diciamo che l’attuale legge elettorale…insomma si…beh…l’attuale legge elettorale non consente di votare una persona, ma…insomma si solo unicamente il partito…Ma se  lei vuole…».

- IO: «Non ho capito, scusi…abbia pazienza. Lei mi sta dicendo che io non posso votare la persona, ma solo il partito?».

- PRESIDENTE:  «Esattamente…si…ma  è  un  disguido…se  lei vuole…non si arrabbi…per lei faremo un eccezione…».

- IO: «Scusi, ma se io voto un partito…allora chi le sceglie le persone che siederanno in Parlamento?».

- PRESIDENTE: «E’ sempre lei ma…in maniera…diciamo così…un attimino indiretta…ecco…In altre parole…lei vota una lista…poi in base al numero di voti che la lista riceve su scala nazionale (per la Camera) o regionale (per il Senato), alla stessa scatteranno un certo numero di seggi…Ebbene…se lei va fuori…vedrà appese al muro tutte le liste e si accorgerà che…ciascuna lista è composta da un certo numero di candidati…secondo un certo ordine deciso dai partiti…In definitiva, se al partito X nella circoscrizione Y vengono assegnati 10 seggi, saranno eletti i primi 10 della lista…Non si dimentichi poi che è previsto un premio di maggioranza in favore della lista o delle liste, se apparentate, che ottengono un solo voto in più delle altre…».

- IO: «Ho capito tutto…lei è stato chiarissimo…Comunque…non c’è bisogno che sta in ginocchio quando mi parla… si alzi pure…».

 

A quel punto, trascorse già quattro ore dal mio originario ingresso nel seggio, mi chiuderò nuovamente nella solitudine della cabina elettorale, che nel frattempo avrò fatto recintare col nastro di CSI per impedire che qualcuno possa disturbare le mie operazioni di voto e, appoggiata la mia mano destra sulla parete di fronte, nella stessa posizione e con la speranza della stessa sensazione di serenità ripetutamente provata quando sono dedito a svuotare il mio apparato urinario, inizierò a perdermi  in una fin troppo elementare riflessione sui massimi sistemi.

La vigente legge elettorale, legge che definire elettorale è un ambizioso giro di parole e che per il sofisticato meccanismo con il quale consente di entrare per via rettale nel nostro corpo andrebbe ribattezzata SIFFIDRELLUM, presenta un tasso di democraticità molto inferiore a quella dei Paesi dell’ex blocco sovietico, dove almeno l’elezione plebiscitaria dei dirigenti del Partito Comunista avveniva pur sempre per mano dei cittadini, ai quali non veniva tolta la soddisfazione morale di scrivere materialmente sulla scheda, con la propria mano, il nome del candidato che il Partito di Governo aveva loro dettato sotto la minaccia di ritorsione e/o morte.

Non  va  taciuto,  tuttavia,  che  il  SIFFIDRELLUM,  pur  riproducendo spudoratamente il testo delle leggi elettorali medioevali, dove l’accesso alle cariche pubbliche avveniva per via ereditaria e/o per appartenenza di casta, con nomina diretta del feudatario che selezionava gli aspiranti tra vassalli, valvassini e valvassori  (tutti  termini ancora attuali oggi, come dimostra  il fatto  che  in questo  momento  il  correttore  ortografico  di WORD  non  li riconosce  quali  errori), ha il merito di essere comunque più democratica della legge elettorale attualmente vigente in Iraq, dove il Parlamento nazionale è eletto direttamente negli Stati Uniti d’America.

Il  SIFFIDRELLUM, in ogni caso, ha il pregio di distinguersi nel mondo intero per aver trasformato l’Assemblea Rappresentativa del Popolo italiano in un luogo privato il cui accesso è regolato, né più né meno, da una procedura analoga a quella adottata dalla nota discoteca catanese “I quattro venti”. Cosa pensare, infatti, di un luogo in cui si può entrare solo se  si è messi in lista dai più noti PR italiani (SILVIO BERLUSCONI, WALTER VELTRONI, PIERFERDINANDO CASINI, con qualche pass omaggio per RAFFAELE LOMBARDO, FAUSTO BERTINOTTI  e UMBERTO BOSSI), senza che a ciascun cittadino, che paradossalmente rappresenta uno dei 56 milioni di proprietari della discoteca (per intenderci 1/56milionesimo di MARCO ALLIA o  di PAOLINO CARUSO), sia riconosciuto  alcun  potere  e/o  voce  in  capitolo  in ordine  alla  selezione all’entrata, così subendo interamente le scelte a monte effettuate dai MANLI MESSINI, MARCHI BIONDI, GAETANI  BIANCHI, FABI CUCUZZI, ALESSANDRI SCARDILLI della politica italiana?

A questo punto, se la logica non mi mangia il fegato, sono già in grado di fare due calcoli. Ciascun partito può prevedere orientativamente il numero minimo di voti che prenderà alla Camera ed al Senato e, quindi, il numero minimo di seggi che gli scatteranno in modo sicuro: questo significa che i soggetti collocati dalle segreterie politiche, senza conoscere la mia opinione, nelle posizioni corrispondenti al numero di “seggi certi”, sono già eletti prima delle elezioni del 13 e del 14 aprile 2008. E dal momento che, complessivamente, i “seggi sicuri” rappresentano, tutti insieme appassionatamente, la quasi totalità di quelli non assegnati in via residuale con il sistema del “premo di maggioranza”, il 13 e il 14 aprile, con tutto quello che io ho da fare, mi vedo convocato nella sezione n. 5 di San Gregorio per votare persone già elette.

Ma l’elezione per eleggere persone già elette è un concetto che rompe troppo con gli schemi tradizionali della filosofia aristotelica e, pur rasentando livelli massimi di genialità, risponde ad una logica pressoché analoga a quella di chi indossa il preservativo dopo aver raggiunto, non l’erezione, ma l’eiaculazione. Piuttosto che costringere il cittadino italiano ad apporre sulla scheda elettorale un segno che ha tutto il sapore romantico di un VISTO per presa visione, si è rinunciato troppo frettolosamente ad un metodo  di  pari  democraticità, ma molto meno  oneroso per le casse dello Stato, specie in un periodo in cui il prezzo di un barile di petrolio si approssima a quello della XBOX 360[1]: l’elezione mediante presentazione, a cura dei Parlamentari designati, di una autocertificazione da notificare con raccomandata con A/R alla Prefettura. Ecco il modello:

 

Ai sig. cittadini italiani

Il sottoscritto…, nato a…, residente a…, vigente l’attuale legge elettorale, vista la candidatura offerta dal proprio partito politico, attesi i precedenti penali di cui all’allegato casellario giudiziale, dichiara sotto la propria, già ampiamente compromessa, responsabilità, di essere stato eletto quale vostro rappresentante al Parlamento italiano, esonerandovi sin da adesso dall’onere di andarlo a votare giorno 13 e 14 Aprile 2008. Eventualmente, se fa una bella giornata, andatevene a mare.

Ringrazia sentitamente (segue data, luogo, firma o croce in caso di analfabeti)

 

Di fronte a queste prospettive, nonostante un brivido gelido risalga la mia schiena, investendo la tiroide, sino a raggiungere ogni singolo neurone del mio impianto cerebrale, confido ancora di poter essere fulminato come i Blues Brothers da un raggio di luce improvviso e di poter trovare un motivo valido, che non sia una mia disfunzione di natura psichiatrica, per presenziare ugualmente nella sezione n. 5 di San Gregorio, giorno 13 aprile 2008.

A non voler essere pignoli, ho pensato, almeno dal punto di vista formale, il  mio voto, soprattutto ai fini dell’assegnazione del premio di maggioranza, contribuisce a determinare il partito che dovrà governare il Paese, seppur con lo stesso nesso di causalità tra l’ipotetico omicidio  del Presidente  di  Seggio  a  mano  dello  scrivente  e  il  concepimento  del sottoscritto ad opera dei suoi genitori.

Così ho provato a chiedermi se è possibile fare una scelta di campo, votando in blocco una lista e tutti i suoi candidati, dal  primo all’ultimo, turandomi il naso, le orecchie, la bocca e il deretano. Ma le mie conclusioni non sono state incoraggianti in questa direzione:

INVOTABILITA’ PD → Perché insistono nella convinzione di essere la novità della scena politica italiana, nonostante sia sotto gli occhi di tutti che si sono  limitati a cambiare nome ad un partito al cui interno si trovano le stesse persone, verosimilmente con le stesse idee, di quando il PD si chiamava con un nome diverso, così adottando la stessa logica imprenditoriale della FIAT, la quale da anni mette in commercio nuove utilitarie, quali la NUOVA PANDA, la NUOVA PUNTO, la NUOVA 500, pur non rinunciando a collocare nel cofano delle stesse autovetture il motore di quella mitica FIAT UNO, progettato e assemblato nel lontano‘87.

INVOTABILITA’ PDL → Perché la storia ci insegna che chi promette di costruire case della libertà, abitate da popoli un pò polli delle libertà e governate dal partito dei muratori delle libertà, in verità chiama libertà un prodotto da tempo immemore in commercio, ai più noto come vasellina. Aggiungo che, da un partito che ha il merito storico di avere partorito ed approvato l’attuale legge elettorale, la quale si pone eroicamente in contrasto con un quantitativo di norme della Costituzione talmente imbarazzante, da poter essere tranquillamente considerata incostituzionale sulla fiducia, senza neanche attendere una pronuncia della Corte Costituzionale, non può che trasparire un’immagine del concetto di libertà davvero poco incoraggiante per il cittadino.

E se mai avessi un dubbio, mi basterà pensare che un ipotetico voto al PDL, grazie ad una legge elettorale del PDL, è contro la mia volontà distribuito, tra gli altri, a personaggi di questo calibro: SCAPAGNINI UMBERTO, SCHIFANI RENATO, FIRRARELLO GIUSEPPE detto FIRRARELLO PINO, STRANO ANTONINO, DRAGO FILIPPO.

INVOTABILITA’ UDC → Perché qui il voto andrebbe, contro la mia volontà, anche in favore del candidato alla Camera, Circoscrizione Sicilia Orientale, posizione n. 7, FAUSTO FAGONE, il quale ha tappezzato la mia città natale con manifesti recanti uno slogan che evidenzia un uso spregiudicato, non solo della propria faccia, ma anche della lingua italiana (“Io sono, perché noi siamo”) che, pur palesando una corretta capacità nel declinare il tempo presente del verbo essere, il che oggigiorno rappresenta già qualcosa, lascia troppo spazio alla fantasia in ordine all’aggettivo, debitamente e colpevolmente omesso, che andrà a seguire il predetto verbo.

Per coerenza, inoltre, non potrei non rilevare che l’UDC candida candidamente, nella posizione n. 1 del Senato, tale CUFFARO SALVATORE, detto TOTO’ CUFFARO, da Raffadali, evidentemente nel segno dei valori cristiani del perdono e della famiglia, salvo a questo punto a vedere di quale famiglia, atteso che lo stesso è stato condannato da un Tribunale della Repubblica regolarmente costituito per aver favorito singoli mafiosi, e non ladri di mandarini, condanna che non lo induceva a dimettersi dalla Presidenza della Regione Siciliana, se non quando, per un eccesso di permalosità, affogava nelle accuse rivoltegli anche dai panini con la meusa della Vucciria, dopo essersi fatto immortalare in una foto con un vassoio di cannoli alla ricotta in mano, vassoio presuntivamente destinato a festeggiare, con un pregiatissimo sofisma giuridico, la mancata condanna dello  stesso per  il delitto di favoreggiamento alla mafia, questa volta intesa nel  suo complesso globale dal  primo all’ultimo mafioso, il bandito Salvatore Giuliano compreso, foto che nel frattempo faceva il giro del mondo in 1 minuto e 43 secondi, battendo il record di 80 giorni di cui all’omonimo romanzo di Jules Verne: complessivamente non contribuendo a migliorare l’immagine dell’Italia all’estero, immagine ancora ancorata al trinomio spaghetti, mafia e mandolino.

INVOTABILITA’ MPA → Perché che il Braveheart di Canalicchio, il Mel Gibson di via Nuovaluce, abbia scoperto l’esigenza di  tutelare le “ragioni di un popolo” e di mettersi in movimento per l’Autonomia (senza che nessuno gli abbia mai potuto chiedere: scusi, ma Autonomia da chi?) della Regione Sicilia − costruendo ogni sua frase attorno tre concetti di significato difficilmente verificabile (fiscalità di vantaggio, Ponte sullo Stretto, Sviluppo del Mezzogiorno), per genericità seconde solo ad amore, verità e giustizia, omettendo di  spiegare  in quale parte del suo cervello si trovava celato questo brillante progetto politico, quando  tra gli anni  ’80 e ’90, rivestiva diverse cariche politiche (consigliere, assessore al Comune di Catania, deputato alla Regione Sicilia, in seguito Assessore Regionale agli Enti Locali) nelle fila di quella Democrazia Cristiana a cui le ragioni di un popolo e l’Autonomia della Regione siciliana sembrava poi non interessare più  di  tanto − ci crede solo la sabbia di San Giovanni Li Cuti, che, tra l’altro, mi risulta provenire da una discarica abusiva.

 

Ebbene, risulterà abbastanza chiaro a questo punto che mi vedo definitivamente impossibilitato dallo Stato italiano a votare il mio rappresentante politico, se non dopo aver concorso a votarne altri 20 che potrebbero sfuggire ai miei personali indici di gradimento. E poiché sono consapevole della probabilità, vicino alla certezza, che lasciando la scheda bianca essa sarà riempita a proprio piacimento durante le operazioni di scrutinio, non mi rimane che considerare l’ipotesi disperata di manifestare dissenso e disprezzo verso le leggi e le Autorità costituite tutte, disegnando sulla scheda una bella, e giammai banale, minchia.

Trasferisco così tutta la mia rabbia sulla realizzazione del predetto graffito, caricandolo di un significato che  va  ben  oltre  il mero dato grafico ed avendo  cura di attenermi alle direttive comunitarie in materia, le quali prescrivono che il fallo vada a ricoprire l’intera superficie della scheda elettorale, concentrando l’elemento apicale del predetto corpo cavernoso, meglio noto come glande, come vuole la costante giurisprudenza, all’interno del simbolo del partito meno rappresentativo. Essendo un esteta non ometterei, infine, di curare il particolare dello spacco all’interno del predetto  glande,  c.d.  condotto della  uretra,  facilmente realizzabile con una t capovolta dalla quale fare idealmente uscire il liquido seminale.

In  alternativa, o in aggiunta, alla predetta minchia, nella segretezza dell’urna, lo scrivente potrebbe altruisticamente pensare di allietare le future operazioni di scrutino, nonostante gli iniziali dissapori con i membri del seggio, lasciando nella scheda gli insulti più ingiuriosi verso i politici, curando di non omettere la dicitura manciatari, la quale contemporaneamente chiude e illustra il senso dell’intero progetto offensivo.

Infine, se proprio non volessi ricorrere a nessuna delle predette soluzioni, ciascuna delle quali è sintomo della deriva della democrazia italiana, non rimarrebbe che  astenermi. Ma questa opzione non è riconosciuta dal mio cervello, a questo punto visibilmente impantanato, il quale non è programmato per risolvere un simile gioco dell’assurdo: come posso astenermi dal votare, se l’attuale sistema elettorale non mi riconosce il diritto di votare?

Per  tutti  questi motivi,  Ecc. me Autorità dello Stato  italiano, il 13 aprile 2008, alle ore 17.00, mi presenterò presso la sezione n. 5 del Comune di San Gregorio, per cercare di  spiegare al Presidente del seggio che non posso né votare, né astenermi. E solo quando il segretario avrà verbalizzato tutto il ragionamento fin qui dattiloscritto, farò ritorno a casa mia o troverò alloggio nel carcere di Piazza Lanza.

Catania, 12 aprile 2008, ore 4.31 a.m (sono evidentemente stressato)


[1] Approfitto dell’occasione per dire la mia sulla questione ALITALIA. I francesi, è fatto notorio, sono un popolo che raramente riesce ad attirare su di sè sentimenti di simpatia. Per queste ragioni, mi chiedo come sia possibile che, dopo essersi fottuti, in ordine rigorosamente cronologico, la Gioconda, Monica Bellocci, l’Europeo 2002, Carla Bruni, per una volta che l’Italia è li lì per  fare la rottura alla Francia, Berlusconi si opponga alla vendita ad AIRFRANCE.

Categories: ITALIANI BRAVA GENTE
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