Pazza Ikea

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Esistono pochi posti a Catania, come l’Ikea di Domenica, in cui l’uomo tollera la sospensione della dignità.
E non mi riferisco a quell’incrocio tra i sensi, in cui si miscelano accenti masticati di entroterra siciliana, odori di vita di Aidone e di Agira, il Gelso Bianco come orizzonte anche per i palermitani, la moda come rinuncia all’estetica.
E neanche ai Kevin e ai Brenda che gridano e corrono in libertà, senza mai conoscere tumpulate col nervo della mano.
Parlo, invece, di qualcosa di più impermeabile alla misantropia.
Provo, infatti, sincera amarezza, un affogato all’amarezza, e lo dico soprattutto da avvocato, nel vedere mariti che non oppongono alcuna resistenza a questa subdola tecnica femminile di formulare domande suggestive.
Le mogli che aprono ante, disegnano stanze da letto, si caricano lampadari, non chiedono mai “Ti piace più questo o più quello”. Una soluzione operaia che fa sopravvivere il potere di scelta, e quindi da valore e consistenza nel mondo all’opinione altrui, creando un precedente che potrebbe superare idealmente la cassa.
Le mogli, al contrario, chiedono “Questo divano ci starebbe meglio nel soggiorno, vero?”, “Non è più bello questo bicchiere?”: tutte domande che contengono già la risposta, decisa in camera di consiglio, inaudita altera parte.
Ecco, provo molta amarezza nel vedere questi uomini dire “sì”, senza neanche emettere un suono. Solo un movimento ondulatorio della testa, privo di parole, in silenzio, che dondola su e giù, in modo sincronico. L’uomo è un metronomo del sì. Su e giù, un gioco di cervicale, a livello C2 − C3, un’ortopedia del consenso intellettualmente estorto.
L’uomo dice sì a domande che non ascolta ormai da anni. Si piace così, quando tace, perché è come assente. Altrove, tra distese azzurre e verdi terre.
Li vedo percorrere questi corridoi, ogni tanto fermarsi, un movimento della testa, su e giù, lungo un sentiero che disegna una lenta metafora della loro vita che passa. Ore in piedi, senza mai sedersi. Fingersi interessati ai divani solo per riposarsi. Una Domenica difficile anche a livello lombare.
Li guardo e mi verrebbe di caricarmene in macchina quattro, di peso, a caso, e portarmeli a mignotte.
L’uomo dovrebbe essere protagonista della sua vita, e non spettatore. Come il testicolo.
Perché forse non tutti sanno che la parola testicolo deriva dal latino “testiculus”, diminutivo di “testis”, che significa testimone. Il testicolo, infatti, è testimone dell’atto sessuale, senza mai parteciparvi: un coglione insomma.
Non fate passare il tempo come Edward Mani di Forbice, che si tiene il prurito a una palla, ormai, dal 1990.

Famiglia Chistiana III

Fare un giornale giovane, nel look e nell’anima, che dia voce a tutti, anche a chi non sa parlare in Italiano, non è facile.
Ci provo da mesi, nonostante la concorrenza delle testate online, e senza finanziamenti.
Vorrei fosse una rivista di rottura, lontano dagli schemi della più democristiana della partitocrazia.
Famiglia Chistiana è già al terzo numero. La cosa assurda è che, come direbbe Antonino Nino Frassica, ne Il Bi e il Ba, ci sono pure le pagine. Grazie a chi mi ha donato la carta.

Il primo numero lo trovate qui:

https://mattiaserpotta.wordpress.com/2013/11/01/famiglia-chistiana/

Il secondo numero, qui:

https://mattiaserpotta.wordpress.com/2016/08/31/1429/

Categorie:CATANIA IN MUTANDE

La matita copiativa

19 dicembre 2016 6 commenti

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Esiste una parola nel vocabolario italiano che esprime in maniera cruda la ‪privazione, più o meno grave, dell’efficienza fisica. In molti casi, persino una disabilità. ‬
La parola è: menomato.
Nulla di offensivo, secondo me.
Se uno è menomato a livello intellettivo, cioè è bestia, soffre un deficit della capacità di elaborare concetti sensati e articolare ragionamenti, rispetto al quale, nella maggior parte dei casi, non ha colpe. È natura. O talento in negativo, se vogliamo.
Potrà informarsi, cliccare, linkare, copiaincollare, leggere libri, laurearsi, confrontarsi, ascoltare altre opinioni.
Ma non trasformerà mai tutto questo patrimonio in materia prima. Perché: è, appunto, un menomato.
Io capisco che può risultare fastidioso un Paese in cui il livello di libertà sia tale da consentire a chiunque di presentarsi al seggio elettorale, scassare la minchia al Presidente, ostentare competenza sulle matite che, fosse stato per loro, il sig. Stabilo doveva fare bacchette da sushi, leccare le punte a calippo, ipotizzare scenari bulgari al momento dello spoglio e pretendere di votare con la Montblanc.
Ma, parafrasando la Mannoia, quello che le gomme non dicono è che questo livello di libertà è, invece, il termometro dell’assenza, la più totale assenza, del pericolo che si precipiti verso una deriva autoritaria.
Anzi. In Italia, come nel mondo, i menomati intellettuali sono gli unici disabili ad avere realmente voce e credito. Alimentandosi da soli. Si sono fatti coalizione, partito, camarilla. E noi gli stiamo consegnando il Paese.
Ma la menomazione rimane un difetto che non merita derisione, ma qualcosa di più cristiano. La compassione. Andate nelle e sulle loro bacheche e portate loro una carezza carica di Uniposca.
Un menomato ci ricorda sempre quanto siamo fortunati a non essere menomati.
Un menomato ci fa sentire persino più intelligenti di quello che siamo.
Io, ad esempio, in una giornata come questa, mi sento ai livelli di Zichichi.
Ma come può uno spoglio arginare il male?

FATE COPIA E INCOLLA CON LA MATITA COPIATIVA E INCOLLATIVA.

Tutti frutti

13 ottobre 2016 1 commento

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Mi sono infiltrato in un gruppo di fruttariani. Tutti i gruppi di fruttariani sono chiusi, non tollerano il confronto, il pensiero altro e la presa per il culo.
I fruttariani sono solo una piccola matrioska del disagio umano. L’ultima.
La prima, la più grande, quella che contiene tutto il sistema, siamo noi: gli onnivori.
Dentro di noi, c’è una matrioska più piccola: i vegeteriani. Poi, vengono i vegani e, ancora più dentro, i vegani crudisti. E, infine, ci sono loro, appunto, i fruttariani. Attenzione, al di fuori di questo sistema, ci sono i respiriani, quelli cioè che, tecnicamente, non mangiano, perché mangiano aria, cioè respirano. Ma qui siamo già nell’orbita del TSO.
I fruttariani sono vegani esaltati.
I fruttariani mangiano cose che rubano i nomi da nostri cibi: lasagne senza lasagne, hamburger di papaya, tiramisù di mango (senza caffè, senza mascarpone, senza uova).
I fruttariani pensano che anche le piante soffrano e abbiano dei sentimenti. Mangiano solo frutta, ma solo quella caduta dagli alberi. Se no, è assassinio. E’ quindi possibile associare, in una stessa frase, parole come “ammazzare” e “pomodoro”.
Per la mia visione della scienza, fin quando non vedo stesa su un lettino una foglia di rucola dire “Dottore, non so cosa mi prende, oggi mi sento un po’ giù”, per me la rucola non soffre.
Allo stesso modo, ma il discorso sarebbe più ampio, credo sia una grande ipocrisia pensare che gli animali soffrano, e per questo non mangiare carne, e poi ammazzare zanzare e ragni. Anche le zanzare e i ragni, nel loro piccolo, se la prendi a colpi di Repubblica sui muri, ci rimangono male.
Ho provato a edulcorare questi concetti a un fruttariano e a ragionarci su.
Se gli obietti che le piante non soffrono, perché non ci sono evidenze scientifiche che soffrano, loro ti rispondono che non ci sono neanche evidenze scientifiche che non soffrano. Se gli citi la seconda pagina di un libro di biologia, loro ti citano pagine internet- Poi ti mandano a fanculo, poi ti dicono “continua a mangiare la tua merda”, poi ti augurano un tumore maligno.
I fruttariani usano aggettivi come “fruttosità”, considerano i Pavesini veleno, sono contro i vaccini, la ricerca scientifica e sono proprietari di cani, perchè migliori degli uomini. Anche se il cane non ha mai inventato la penicillina, la lampadina, il motore a scoppio, il cinema.
La rucola, in definitiva, anche lei nel suo piccolo, ci rimane male, si deprime, ha attacchi di panico. Forse caca pure. La mela no. Ma solo se cade da sola, a terra.
Ecco, i grillini, parlo di quelli esaltati, che sono una buona maggioranza, sono fruttariani del loro pensiero. Con grillosità.

Famiglia Chistiana II

31 agosto 2016 1 commento

definitivo

Dopo mille difficoltà burocratiche e finanziarie, sono orgoglioso di presentarvi il secondo numero di FAMIGLIA CHISTIANA, settimanale di informazione per mammoriani. Un giornale nuovo, giovane, se vogliamo, innovativo. All’interno, consigli pratici, inchieste, interviste, al costo di una cipollina. Per stampare questo periodico non sono stati tagliati alberi in Amazzonia, ma riciclati i tovaglioli di Savia.

Il primo numero lo trovate qui: https://mattiaserpotta.wordpress.com/2013/11/01/famiglia-chistiana/

Categorie:CATANIA IN MUTANDE

Se

31 agosto 2016 1 commento

download

Stamattina, rileggevo “Se”, la poesia di Kipling scritta nel 1895. E l’ho trovata, oggi più che mai, improvvisamente attuale.
Provate ad ascoltarla con la voce di Alberto Lupo.

Se, di J. Kipling

Se saprai taggarti a piedi nudi a Portopalo,
essere Carratois e non soltanto esserci,
danzare a ritmi di sabbia e coppertone, oliarti e non eoliarti,
quando tutti attorno a te camminano gommoni su Panarea,
e te ne fanno colpa.

Se saprai intestare al tuo liotro più profondo l’olimpica medaglia di un Garozzo,
fare di Catania e Agireale un’unica metropoli con una sciabolata al navigatore,
Condorelli e Savia, Timpa e Gelso Bianco, Tupparello e Cibali, Stazzo e Vaccarizzo, tutti insieme,
spagnarsi e non più scantarsi, mò matri e non me matri.

Se saprai afferrare l’ultimo respiro di un giorno che finisce,
dire “siamo senza tramonto”, trattenerlo e non possederlo,
essere e non avere,
rifuggendo da chi inverte l’onere della prova e dice “tramonti ne abbiamo?”, e il tramonto ce l’ha davanti a sé.

Se saprai aver su tutto un’opinione,
perché tutti possano avere un’opinione su di te,
essere il Jesuis di mille riassunti, statista e stragista in una stessa frase, esteta ed estetista dove tira sempre il vento,
senza mai coltivare il dubbio e il silenzio, né la sospensione del pensiero,
non avere verità, ma crearle,
vendere la Basilicata ai russi e devolvere il ricavato ai terremotati,
Burkini in spiaggia sì, Vamos Allah playa no,
vegano o morte, bicicletta o morte, coglione o morte, cane e gatto o morte, grillino o morte, e persino morte o morte.

Se saprai non avere altro Io all’infuori di te,
senza pretendere dal tuo prossimo futuro 15 minuti di anonimato,
ma un Mojtone nell’ampolla da cinque litri,
il Moscow Mule sì, ma nel barattolo di rame,
bollicine per favore, ma nel flute,
non cedendo all’illusione effimera del vino del cartone,
ostentare l’ubriacatura di un’istante per cancellare la modesta sobrietà della tua bacheca,
#noncelapossiamofare e #nonlasuperiamo come hashtag esistenziali.

Se saprai proteggere i tuoi commenti dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via,
dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.

Se saprai riconoscere in un Poke l’alba di uno stalking,
in un Pokemon quella di un TSO,
scorgere in un messaggio senza risposta un’esortazione a riprovarci,
mettere un mi piace per esprimere un mi piaci,
usare un hashtag anche per un articolo determinativo,
la k per risparmiare una ch, nove puntini di sospensione come pausa del discorso prossima alla paresi,
richiedere l’amicizia a una donna per entrare con un piede di porco nel suo suo cuore,
allora tua sarà la tangenziale e tutto ciò che è in essa.
E ˗ quel che più conta ˗ sarai un uomo, figlio mio.
Ed andrai a comandare.

Balli proibiti

31 agosto 2016 1 commento

Dirty-Dancing

La cosa che più non sopporto in una donna è quando non ti fa parlare. C., per esempio, non ascoltava mai e interrompeva sempre. C’erano momenti in cui non riuscivo neanche a finire una frase.
Una volta mi chiese: «Come si chiama quel film…con quell’attore americano che è morto? Quello famoso…Non mi sta venendo. Assurdo…Dai…Ce l’ho sulla punta della lingua».
«Robin Willia…». Mi interruppe sul nascere.
«No, no, ma che Robin Williams. Dai il film famoso, che c’è anche cosa, quella che non ha fatto più neanche un film dopo…».
«Olivia Newto…» provai ancora una volta a terminare una risposta.
«No, ma che centra? Quello è Grease. Dai quel film con l’attore che ha fatto anche Ghost, ma non è Ghost…».
«Ah, Patrick Swa…».
«Bravo, Patrick Swayze, non mi veniva. Assurdo. Ma il film, dai, è degli anni ’80, quello famoso…che ci sono lei e lui che ballano sempre…con quella colonna sonora bellissima…Oddio, ce l’ho qui…».
«Ma tu forse intendi…» accennai. Solo che lei già non mi ascoltava più.
«Sì, dai…la canzone è Time of my life…Come fa? Na na nanna the time of my life…nanannà…che bella…l’avrò sentita milioni di volte…».
«Sì, ho capito…il film si chi…».
«Assurdo…ce l’ho qui…c’è la scena finale che ballano…in quel modo così sensuale…».
«Se mi fai parl…». Ma la sua voce si sovrapponeva subito alla mia.
«Non sopporto non ricordarmi le cose, ti giuro, è pazzesco, lo avrò visto milioni di volte…Si chiama? Si chiama?…E poi c’è anche quell’altra canzone nel film…Ti ricordi che la cantavamo l’estate scorsa? Faceva: “So won’t you, please, (be my, be my baby)…be my little baby, (my one and only baby)”…»
«Sì, sì, C., ho capito il film si ch…».
«E pensare che è stato il primo film che ho visto con mio padre al cinema…Ti giuro è pazzesco…Lo avrò visto centinaia di volte…Non mi sto ricordando il titolo…».
«C., il film è…».
«E poi una volta ho anche ball…». Ma non la feci finire stavolta. E venne il mio momento.
«C., cazzo, ma tu non mi fai mai parlare, non ti prendi mai pause, mi interrompi sempre. Tu non ascolti, lo trovo assurdo, Sei un’egoista e logorroica. Questi non sono dialoghi, sono monologhi. Guarda che ci sono anch’io. E’ un’ora che tento di risponderti…Ma tu niente, vai per la tua strada…».
Lei bloccò il mio sfogo sul nascere, con la piena consapevolezza di cosa stessi dicendo, senza negare, ma ridimensionandomi: «Ma perché stai facendo così? Mi pare che tu stia esagerando adesso». Poi, quella che aveva il sapore di una concessione: «Sentiamo, avanti, cosa volevi dirmi?».
«Volevo dirti dancing»

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