La fontana del Tondo Gioeni

 

 

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Categorie:CATANIA IN MUTANDE

Fossi donna

Fossi donna, una sola categoria di uomini non frequenterei: quelli che ti toccano, quando ti parlano. Con un colpo netto, chiaro e deciso, quasi un tag epidermico.
C’è poi, tra questi uomini, una sottocategoria di suburbani: quelli che, quando ti parlano, ti toccano e ti spingono. E una donna, per difendersi, è costretta a indietreggiare, alla Michael Jackson.
Così, Tuca Tuca da una parte, moon walk moon walk dall’altra, si iniziano conversazioni in Corso Italia e si finiscono a Piano Provenzana. E lì, poi, ti devono venire a recuperare con i cani.
Io mi accontenterei decisamente che l’umanità finisse qui.
Invece, da qualche anno, sta prendendo piede a Catania una nuova fenomenologia maschile, figlia della paura della solitudine dei nostri tempi. Arriva infatti un momento nella vita, arriva sempre, nessuna si senta esclusa, in cui, fatti i conti col proprio passato, una donna avverte i primi segnali di cedimento strutturale, firma un patteggiamento con la propria vanità e ci cala i prezzi.
Sia chiaro, anche gli uomini ci calano i prezzi. Solo che non aspettano i trent’anni, ma le due di notte.
Personalmente, sono un grande sostenitore della calata di prezzi. La calata di prezzi è democratica e repubblicana, garantisce una possibilità relazionale a chiunque, anche dove prima non potevi bussare manco col bastone. La calata di prezzi è il nuovo miracolo culturale italiano, un trampolino verso il basso in linea con i tempi. Metti un giubbotto di pelle addosso a Di Maio e da lontano ti sembra di incontrare Marlon Brando.
Ritengo tuttavia che, pur nella stoica difesa della calata di prezzi, una donna dovrebbe sempre garantire una linea di divisione immaginaria. Calata di prezzo sì, bancarotta fraudolenta no.
Se, dopo i trent’anni, ogni uomo diventa per una donna l’ultima spiaggia, quello che bisogna evitare a Catania è che, di spiaggia in spiaggia, dal Lido Azzurro si arrivi a Vaccarizzo.
Vedo, infatti, una propensione a emancipare la calata di prezzo in chiave mammoriana, che crea spazi di esistenza a uomini che, dal punto di vista fonetico, ancor prima che linguistico, non sono in grado di parlare in italiano, quando vogliono parlare in italiano.
Passi tutto, sia chiaro, esteticamente ed eticamente, puoi anche vivere un set di Gomorra nella tua anima. Ma o parli in italiano o parli in siciliano. Non accetto vie di mezzo, fenomeni di corruzione lessicale: non si beve l’acqua mista al Bar.
Le parole sono importanti, sono un cunnilingus cerebrale al quale non bisogna rinunciare.
Ho raccolto quindi qui sotto, con precisione tibetana, un breve catalogo dei difetti di pronuncia tipici degli uomini catanesi, in presenza dei quali, io credo, in un Paese normale, una donna dovrebbe preservare la dignità a livello mandibolare e offrire un Trattamento Logopedista Obbligatorio (TLO), anziché una relazione sentimentale:

1. quelli che “propio”, “pultroppo”, “sodispazione”, “pissicologo”, “pissichiatra”, “bicichetta”, “inzomma”, “entusiasto”, “seccome”;
2. quelli che credono eroicamente esista sempre un plurale delle parole, basta usarle al plurale: scuti, euri, gighi, coche cole, moiti, camii, frighi, partite ive, coppe uefe, piedi di porci, hamburghi, prosecchi;
3. quelli che abbattono la doppia erre: “dammi una bira”, “amore non corere”;
4. quelli che il verbo avere e il complemento di modo sono un’unità di misura del tempo: “Ha due giorni che non mangio”, “come tu arrivi all’Oxidiana, ce ne andiamo”;
5. quelli a cui dá fastidio l’unica erre: “ti apro lo spottello”, “vengo con la smat”;
6. quelli che raddoppiano una consonante a danno delle altre: Savvatore, pobblema, macciapiede, pessona, Mazzamemi, arrivedecci, Mattia Seppotta;
7. quelli che compongono frasi con uno mbare di cittadinanza, composte solo da soggetto, predicato e mbare;
8. quelli che aggiungono la preposizione “ni” per rafforzare un timido complemento di luogo: “Vieni ca(ni)”, “vai da(ni)”;
9. quelli che hanno problemi nasali di pronuncia: “non bosso”, “altrettando”, “minghia”, “combuter”;
10. quelli che ripetono ossessivamente “giustamente”, “praticamente”, “automaticamente”;
11. quelli che pronunciano la C come fosse G – “vadda ca si n’gesso” − e la G come fosse C – “andiamoci a manciare un celato” − e che vanno in cortocircuito lessicale quando portano una donna da C&G;
12. quelli a cui dà fastidio la vocale “a” in ambito relazionale: “perdonimi”, “ascoltimi”, “lassimi stare”, “bacimi”, (persino) “scopimi”;
13. quelli che anticipano un ragionamento con: “Parlando con te”, “Ma te la posso dire una cosa”, “Calcola che”;
14. quelli che sostantivizzano concetti in un’unica parola: “sessellimone”, “ceissole”, “ceimmare”, “cellinfenno”;
15. quelli che al bar ti chiedono un “mosco muller”, un “ses”, uno “squitz”, un “gillemo”, un “vischi”, uno “scocci”;
16. quelli che troncano le parole inglesi: “Brus Spristi”, “Perry Meso”, “Amanda Li”.

TLO per tutti. Dentro una stanza buia. O dici Marzamemi o tumpulate.

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Giovanotto. Occhio. Apposto. Papàààà.

 

Ho rivisto questo video almeno cento volte e credo che molte altre volte lo farò. La fredda cronaca.
All’improvviso, Daniel Molino, anni 30, che in un’intervista si autodefinisce il “Dybala della bancarella”, con un ombrellone di 3 metri caricato sulla spalla, irrompe sulla diretta video di Alessandro Di Battista, Deputato della XVII legislatura della Repubblica Italiana, chiedendo strada sulle onde di una rapida sequenza di parole, scandite con precisione geometrica: “giovanotto – occhio (non “togliti”, come erroneamente riportato da alcuna stampa di regime) – apposto – papààààà”.
Tra “giovanotto” e “occhio”, Daniel agevola l’apertura di un varco davanti a sé, poggiando la mano sinistra sul corpo protetto da immunità parlamentare di Di Battista, il quale, con un’umiltà fuori dal comune, va riconosciuto, chiede scusa, fa una piroetta su sè stesso alla Don Lurio, si sposta e lo fa passare.
Sono solo sei secondi che, guardati e riguardati in maniera compulsiva, riportano alla mente il 1993, quando il Parlamento negava l’autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi e la gente gli lanciava monetine davanti all’Hotel Raphael.
Sei secondi che segnano il definitivo collasso delle guarantigie parlamentari e l’affermazione di una Costituzione materiale che a Catania ormai vuole, 24 anni dopo, i deputati della Repubblica italiana essere spostati con un ombrellone sulla spalla.
Ma, insisto, non è tanto quella mano poggiata sul corpo di Di Battista senza alcuna autorizzazione della Camera di appartenenza a colpirmi, quanto quel “giovanotto” pronunciato alle sue spalle dal basso verso l’alto. Una sola parola che lo pagghiolizza, sancendo la definitiva rivincita del popolo, quello vero, che fatica, sul populismo dell’antipolitica.
La rivincita dei masculini sul reddito di cittadinanza, dell’opa sull’abolizione dei vitalizi.
Una pescheria a 5 stelle che azzera le distanze reali, ristabilisce le giuste misure e ci riporta alla realtà dei fatti. Non li banalizza, ma ne tira fuori la naturale banalità.
Io non so cosa succede nelle altre pescherie di Italia e non so lì come si spostano i parlamentari. Noi, a Catania, li spostiamo con un ombrellone sulla spalla.
Ecco, basta politici antipolitici, basta vitalizi, basta giovanotti. Solo gente che sposta deputati con un ombrellone in mano.

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Arturo

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Io credo che le persone non s’incontrino mai per caso, ma per casi.
Disturbati settoriali, in prevalenza: ossessivo – compulsivi, opiniologi, complottisti paranoici, renitenti alla relazione, vegani, antivaccinari, animalisti anaffettivi, gente in cerca di guai.
I tempi, però, sono maturi. Chi non sta da una parte o dall’altra della barricata è la barricata, direbbe Lenin. La vita ci impone dunque una scelta, ma senza alcuna pretesa di superiorità sugli altri.
Ecco, io ho un amico, per esempio.
Alla soglia dei quarant’anni, dopo un’esistenza piegata a relazioni superficiali, fatta di centinaia di donne e una continua ricerca di altro nelle altre, temendo seriamente di rimanere solo, alla fine, s’è arreso. E ha comprato un alano.
Ora, a me piacciono le persone e anche i cani. Non mi piacciono, però, le persone con i cani.
I cani sono migliori delle persone che dicono che i cani sono migliori delle persone.
Il mio amico ha, infatti, intrapreso un fragile cammino di surrogazione della paternità, chiamando lo alano come il padre. Arturo. Un alano. Arturo. Mi dicono che Arturo, o comunque dare il nome di una persona a un cane, is the new Bobby.
Il mio amico pensa che per essere felici non ci voglia un cane grande, ma un grande cane. Per questo ha scelto un alano. Anche Gianna Nannini ha fatto un figlio a 57 anni e le è nato di 34.
Solo che il mio amico parla allo cane come a un bambino. Frasi anche ben articolate in italiano e cariche di attenzioni nei contenuti, alle quali però lo cane risponde sempre e solo bau, massimo un woof woof, senza ingenerare incomprensioni. Secondo il mio amico, la differenza sostanziale tra l’uomo e lo cane è che l’uomo ha inventato, ad esempio, la penicillina, lo cane no.
Il mio amico pensa che Arturo provi le stesse emozioni di una persona. Un tempo, si diceva che l’uomo soffriva come un cane. Oggi, sono i cani a soffrire come gli uomini.
Il mio amico pensa che a capodanno non si debbano sparare i botti, perché fanno paura ai cani, anche ai cani alani. Niente raudi, bombe, colpi di pistola. Per lui, i mastini napoletani dovrebbero emigrare a Bergamo.
Il mio amico è affetto dalla Sindrome del Caps Lock e pubblica solo link contro gente che ha abbandonato altri cani, urlando “BASTARDIIIIII” contro il cielo. Eppure, i cani li abbandona chi ce li ha, non noi che siamo senza cani.
Il mio amico pensa che i cinesi non dovrebbero mangiare i cani, ma imitarli.
Il mio amico ha anche creato un profilo Facebook allo cane. Però, in realtà, è lui che scrive al posto dello alano, perché lo alano ha le zampe troppo grandi per la tastiera. Provate a far scrivere anche solo “ciao” a un alano, l’effetto sarebbe questo: vxsvfdscioujijaadadohdheododihopdqpi.
E mentre il mio amico cresce lo cane come un figlio, i figli crescono come cani e fanno fermi a 11 anni, in via Etnea.
Io non so se avete presente un alano, ottimista e di sinistra, ma è un cane che caca tanto in termini di quantità, qualcosa equivalente a una setteveli. Ma il mio amico, con pazienza operaia, gira con un sacco nero e la raccoglie per strada.
E poi centinaia di foto con il suo cane o del suo cane. Solo il cane. Cane è bello. Cane e sai cosa bevi. Cane e sei protagonista. Canissimo e vai fuori di zampa.
Insomma, il mio amico crede veramente nella frase “il cane è il migliore amico dell’uomo”. Però, quando cambio l’ordine degli addendi e ricordo al mio amico “Guarda che il tuo migliore amico è un cane”, lui un po’ si incupisce. E la somma della sua vita cambia.
Ieri sera, all’improvviso, non ce l’ho fatta più e gli ho detto tutto questo con uno strano accento brasiliano: Jo tu ris, ora o sau, bau bau.
Vorrei poter scrivere le stesse cose a chi ha un gatto. Ma chi ha un gatto è solo un proprietario di cane che non ce l’ha fatta.
Lo alano ti da una mano. Un alano lava l’altra.

 

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Pazza Ikea

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Esistono pochi posti a Catania, come l’Ikea di Domenica, in cui l’uomo tollera la sospensione della dignità.
E non mi riferisco a quell’incrocio tra i sensi, in cui si miscelano accenti masticati di entroterra siciliana, odori di vita di Aidone e di Agira, il Gelso Bianco come orizzonte anche per i palermitani, la moda come rinuncia all’estetica.
E neanche ai Kevin e ai Brenda che gridano e corrono in libertà, senza mai conoscere tumpulate col nervo della mano.
Parlo, invece, di qualcosa di più impermeabile alla misantropia.
Provo, infatti, sincera amarezza, un affogato all’amarezza, e lo dico soprattutto da avvocato, nel vedere mariti che non oppongono alcuna resistenza a questa subdola tecnica femminile di formulare domande suggestive.
Le mogli che aprono ante, disegnano stanze da letto, si caricano lampadari, non chiedono mai “Ti piace più questo o più quello”. Una soluzione operaia che fa sopravvivere il potere di scelta, e quindi da valore e consistenza nel mondo all’opinione altrui, creando un precedente che potrebbe superare idealmente la cassa.
Le mogli, al contrario, chiedono “Questo divano ci starebbe meglio nel soggiorno, vero?”, “Non è più bello questo bicchiere?”: tutte domande che contengono già la risposta, decisa in camera di consiglio, inaudita altera parte.
Ecco, provo molta amarezza nel vedere questi uomini dire “sì”, senza neanche emettere un suono. Solo un movimento ondulatorio della testa, privo di parole, in silenzio, che dondola su e giù, in modo sincronico. L’uomo è un metronomo del sì. Su e giù, un gioco di cervicale, a livello C2 − C3, un’ortopedia del consenso intellettualmente estorto.
L’uomo dice sì a domande che non ascolta ormai da anni. Si piace così, quando tace, perché è come assente. Altrove, tra distese azzurre e verdi terre.
Li vedo percorrere questi corridoi, ogni tanto fermarsi, un movimento della testa, su e giù, lungo un sentiero che disegna una lenta metafora della loro vita che passa. Ore in piedi, senza mai sedersi. Fingersi interessati ai divani solo per riposarsi. Una Domenica difficile anche a livello lombare.
Li guardo e mi verrebbe di caricarmene in macchina quattro, di peso, a caso, e portarmeli a mignotte.
L’uomo dovrebbe essere protagonista della sua vita, e non spettatore. Come il testicolo.
Perché forse non tutti sanno che la parola testicolo deriva dal latino “testiculus”, diminutivo di “testis”, che significa testimone. Il testicolo, infatti, è testimone dell’atto sessuale, senza mai parteciparvi: un coglione insomma.
Non fate passare il tempo come Edward Mani di Forbice, che si tiene il prurito a una palla, ormai, dal 1990.

Famiglia Chistiana III

Fare un giornale giovane, nel look e nell’anima, che dia voce a tutti, anche a chi non sa parlare in Italiano, non è facile.
Ci provo da mesi, nonostante la concorrenza delle testate online, e senza finanziamenti.
Vorrei fosse una rivista di rottura, lontano dagli schemi della più democristiana della partitocrazia.
Famiglia Chistiana è già al terzo numero. La cosa assurda è che, come direbbe Antonino Nino Frassica, ne Il Bi e il Ba, ci sono pure le pagine. Grazie a chi mi ha donato la carta.

Il primo numero lo trovate qui:

https://mattiaserpotta.wordpress.com/2013/11/01/famiglia-chistiana/

Il secondo numero, qui:

https://mattiaserpotta.wordpress.com/2016/08/31/1429/

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La matita copiativa

19 dicembre 2016 6 commenti

matita-copiativa-cancellabile-referendum

Esiste una parola nel vocabolario italiano che esprime in maniera cruda la ‪privazione, più o meno grave, dell’efficienza fisica. In molti casi, persino una disabilità. ‬
La parola è: menomato.
Nulla di offensivo, secondo me.
Se uno è menomato a livello intellettivo, cioè è bestia, soffre un deficit della capacità di elaborare concetti sensati e articolare ragionamenti, rispetto al quale, nella maggior parte dei casi, non ha colpe. È natura. O talento in negativo, se vogliamo.
Potrà informarsi, cliccare, linkare, copiaincollare, leggere libri, laurearsi, confrontarsi, ascoltare altre opinioni.
Ma non trasformerà mai tutto questo patrimonio in materia prima. Perché: è, appunto, un menomato.
Io capisco che può risultare fastidioso un Paese in cui il livello di libertà sia tale da consentire a chiunque di presentarsi al seggio elettorale, scassare la minchia al Presidente, ostentare competenza sulle matite che, fosse stato per loro, il sig. Stabilo doveva fare bacchette da sushi, leccare le punte a calippo, ipotizzare scenari bulgari al momento dello spoglio e pretendere di votare con la Montblanc.
Ma, parafrasando la Mannoia, quello che le gomme non dicono è che questo livello di libertà è, invece, il termometro dell’assenza, la più totale assenza, del pericolo che si precipiti verso una deriva autoritaria.
Anzi. In Italia, come nel mondo, i menomati intellettuali sono gli unici disabili ad avere realmente voce e credito. Alimentandosi da soli. Si sono fatti coalizione, partito, camarilla. E noi gli stiamo consegnando il Paese.
Ma la menomazione rimane un difetto che non merita derisione, ma qualcosa di più cristiano. La compassione. Andate nelle e sulle loro bacheche e portate loro una carezza carica di Uniposca.
Un menomato ci ricorda sempre quanto siamo fortunati a non essere menomati.
Un menomato ci fa sentire persino più intelligenti di quello che siamo.
Io, ad esempio, in una giornata come questa, mi sento ai livelli di Zichichi.
Ma come può uno spoglio arginare il male?

FATE COPIA E INCOLLA CON LA MATITA COPIATIVA E INCOLLATIVA.

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