Avanti Marx

14 marzo 2019 2 commenti

Il peccato originale della Sinistra italiana, dal Partito Comunista a calare, è sempre stato quello di posizionarsi, socialmente e culturalmente, al di sopra degli altri. Questo atteggiamento da ballatoio, snob e arrogante, a un certo punto della storia democratica di questo Paese, diciamocelo francamente, ha provocato nell’opinione pubblica delle frantumazioni a livello scrotale.
Alla Sinistra italiana deve dunque imputarsi la responsabilità – tutta − di avere consegnato l’Italia a una massa primitiva di incompetenti e razzisti, ideologicamente minorenne e zaurda, che, venti anni fa, avremmo bloccato con uno sguardo di intesa all’ingresso del Mc Intosh e che oggi, invece, si vendica sul nostro futuro passando musica di merda in consolle: e, per giunta, con lo spritz nel bicchiere di plastica in mano.
A questo moto discensionale della politica verso il basso, la Sinistra italiana ha reagito negli anni opponendo soltanto una timida barricata con i mobili del Mercatone Uno, di fatto legittimando lo stravolgimento dell’ovvio dei popoli e, dunque, la resa definitiva della competenza sull’improvvisazione, della conoscenza sull’ignoranza, dell’umanità sull’odio, dei titoli di studio sull’università della vita, dei soddi nella sacchetta sul reddito di cittadinanza.
Ma la storia smaschera sempre la realtà. Non basta, dunque, indossare il giubbotto giallo nascosto per anni sotto il sedile della macchina per essere Roberspierre, né aver ascoltato le canzoni di Franco Califano per discutere di quello Africano.
Dovremmo allora tutti approfittare della scomparsa di Alessandro Di Battista, questa volta fuggito in Gambia per dare vita al Governo del Gambiamento, ed educare quella massa che si è sentita per anni tradita, inascoltata, violentata. Questa folla è incazzata perché, mentre suonava La canzone del sole ai falò di Ferragosto, la Sinistra italiana si tirava la lingua con le ragazze.
Il processo rivoluzionario deve quindi ripartire da una nuova manovra di resistenza, che estragga il singolo dalla massa, costringendolo a collocarsi al di sotto degli altri. E’ questa la direzione per comprendere il loro livello di comunicazione e, così, scendere il loro livello di comunicazione.
Da circa sei mesi, quindi, nel silenzio imbarazzante della Sinistra italiana degli ultimi venticinque anni, ho maturato la decisione di farmi opposizione da solo, con una manovra di disturbo fascista, eroica, ignorante, scientifica, quotidiana. Sporcandomi le mani, acchiappandomi con ognuno di loro a sorteggio, insomma andando a cagare direttamente nelle loro bacheche.
Perché sono fermamente convinto che questa sia la vera rivoluzione per vincere e convincere la massa, secondo l’antico proverbio africano che dice: “Vedi se la zanzara ti scassa ancora la minchia, dopo che hai iniziato a scassare la minchia alla zanzara”.
Ecco, io credo che sia giunto il momento di trasformare tutto questo da manovra isolata a un movimento di cachemire, che superi quello a 5 stelle: un Contromovimento Luxury, diciamo.
Questa sera dunque, quando tornate a casa, prendete un giga del vostro telefonino e portate una carezza a un vostro uomo di Governo.
Secondo un calcolo approssimativo, se ognuno di noi facesse dieci commenti mirati al giorno, su altrettanti profili istituzionali, ipotizzando una opposizione di dieci milioni di italiani, avremmo un totale di 100 milioni di commenti. Al giorno. Fastidiosissimi.
Rifondiamo questo Paese. Adesso. Ripartiamo da zero, a cominciare dall’entrata in vigore delle Leggi di Hammurabi e dal latino come lingua ufficiale.
Riprendiamoci tutto quello che è nostro, il pentapartito, l’amaro Ramazzotti, i pennelli Cinghiale, il sequestro di persona, Ruud Gullit sulla fascia destra.
Signori è il momento, o dentro o fuori. Torniamo a passare musica in regia col colbacco nella testa.
Giulio Andreotti ci osserva dall’alto.

La fontana del Tondo Gioeni

 

 

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Fossi donna

Fossi donna, una sola categoria di uomini non frequenterei: quelli che ti toccano, quando ti parlano. Con un colpo netto, chiaro e deciso, quasi un tag epidermico.
C’è poi, tra questi uomini, una sottocategoria di suburbani: quelli che, quando ti parlano, ti toccano e ti spingono. E una donna, per difendersi, è costretta a indietreggiare, alla Michael Jackson.
Così, Tuca Tuca da una parte, moon walk moon walk dall’altra, si iniziano conversazioni in Corso Italia e si finiscono a Piano Provenzana. E lì, poi, ti devono venire a recuperare con i cani.
Io mi accontenterei decisamente che l’umanità finisse qui.
Invece, da qualche anno, sta prendendo piede a Catania una nuova fenomenologia maschile, figlia della paura della solitudine dei nostri tempi. Arriva infatti un momento nella vita, arriva sempre, nessuna si senta esclusa, in cui, fatti i conti col proprio passato, una donna avverte i primi segnali di cedimento strutturale, firma un patteggiamento con la propria vanità e ci cala i prezzi.
Sia chiaro, anche gli uomini ci calano i prezzi. Solo che non aspettano i trent’anni, ma le due di notte.
Personalmente, sono un grande sostenitore della calata di prezzi. La calata di prezzi è democratica e repubblicana, garantisce una possibilità relazionale a chiunque, anche dove prima non potevi bussare manco col bastone. La calata di prezzi è il nuovo miracolo culturale italiano, un trampolino verso il basso in linea con i tempi. Metti un giubbotto di pelle addosso a Di Maio e da lontano ti sembra di incontrare Marlon Brando.
Ritengo tuttavia che, pur nella stoica difesa della calata di prezzi, una donna dovrebbe sempre garantire una linea di divisione immaginaria. Calata di prezzo sì, bancarotta fraudolenta no.
Se, dopo i trent’anni, ogni uomo diventa per una donna l’ultima spiaggia, quello che bisogna evitare a Catania è che, di spiaggia in spiaggia, dal Lido Azzurro si arrivi a Vaccarizzo.
Vedo, infatti, una propensione a emancipare la calata di prezzo in chiave mammoriana, che crea spazi di esistenza a uomini che, dal punto di vista fonetico, ancor prima che linguistico, non sono in grado di parlare in italiano, quando vogliono parlare in italiano.
Passi tutto, sia chiaro, esteticamente ed eticamente, puoi anche vivere un set di Gomorra nella tua anima. Ma o parli in italiano o parli in siciliano. Non accetto vie di mezzo, fenomeni di corruzione lessicale: non si beve l’acqua mista al Bar.
Le parole sono importanti, sono un cunnilingus cerebrale al quale non bisogna rinunciare.
Ho raccolto quindi qui sotto, con precisione tibetana, un breve catalogo dei difetti di pronuncia tipici degli uomini catanesi, in presenza dei quali, io credo, in un Paese normale, una donna dovrebbe preservare la dignità a livello mandibolare e offrire un Trattamento Logopedista Obbligatorio (TLO), anziché una relazione sentimentale:

1. quelli che “propio”, “pultroppo”, “sodispazione”, “pissicologo”, “pissichiatra”, “bicichetta”, “inzomma”, “entusiasto”, “seccome”;
2. quelli che credono eroicamente esista sempre un plurale delle parole, basta usarle al plurale: scuti, euri, gighi, coche cole, moiti, camii, frighi, partite ive, coppe uefe, piedi di porci, hamburghi, prosecchi;
3. quelli che abbattono la doppia erre: “dammi una bira”, “amore non corere”;
4. quelli che il verbo avere e il complemento di modo sono un’unità di misura del tempo: “Ha due giorni che non mangio”, “come tu arrivi all’Oxidiana, ce ne andiamo”;
5. quelli a cui dá fastidio l’unica erre: “ti apro lo spottello”, “vengo con la smat”;
6. quelli che raddoppiano una consonante a danno delle altre: Savvatore, pobblema, macciapiede, pessona, Mazzamemi, arrivedecci, Mattia Seppotta;
7. quelli che compongono frasi con uno mbare di cittadinanza, composte solo da soggetto, predicato e mbare;
8. quelli che aggiungono la preposizione “ni” per rafforzare un timido complemento di luogo: “Vieni ca(ni)”, “vai da(ni)”;
9. quelli che hanno problemi nasali di pronuncia: “non bosso”, “altrettando”, “minghia”, “combuter”;
10. quelli che ripetono ossessivamente “giustamente”, “praticamente”, “automaticamente”;
11. quelli che pronunciano la C come fosse G – “vadda ca si n’gesso” − e la G come fosse C – “andiamoci a manciare un celato” − e che vanno in cortocircuito lessicale quando portano una donna da C&G;
12. quelli a cui dà fastidio la vocale “a” in ambito relazionale: “perdonimi”, “ascoltimi”, “lassimi stare”, “bacimi”, (persino) “scopimi”;
13. quelli che anticipano un ragionamento con: “Parlando con te”, “Ma te la posso dire una cosa”, “Calcola che”;
14. quelli che sostantivizzano concetti in un’unica parola: “sessellimone”, “ceissole”, “ceimmare”, “cellinfenno”;
15. quelli che al bar ti chiedono un “mosco muller”, un “ses”, uno “squitz”, un “gillemo”, un “vischi”, uno “scocci”;
16. quelli che troncano le parole inglesi: “Brus Spristi”, “Perry Meso”, “Amanda Li”.

TLO per tutti. Dentro una stanza buia. O dici Marzamemi o tumpulate.

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Giovanotto. Occhio. Apposto. Papàààà.

 

Ho rivisto questo video almeno cento volte e credo che molte altre volte lo farò. La fredda cronaca.
All’improvviso, Daniel Molino, anni 30, che in un’intervista si autodefinisce il “Dybala della bancarella”, con un ombrellone di 3 metri caricato sulla spalla, irrompe sulla diretta video di Alessandro Di Battista, Deputato della XVII legislatura della Repubblica Italiana, chiedendo strada sulle onde di una rapida sequenza di parole, scandite con precisione geometrica: “giovanotto – occhio (non “togliti”, come erroneamente riportato da alcuna stampa di regime) – apposto – papààààà”.
Tra “giovanotto” e “occhio”, Daniel agevola l’apertura di un varco davanti a sé, poggiando la mano sinistra sul corpo protetto da immunità parlamentare di Di Battista, il quale, con un’umiltà fuori dal comune, va riconosciuto, chiede scusa, fa una piroetta su sè stesso alla Don Lurio, si sposta e lo fa passare.
Sono solo sei secondi che, guardati e riguardati in maniera compulsiva, riportano alla mente il 1993, quando il Parlamento negava l’autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi e la gente gli lanciava monetine davanti all’Hotel Raphael.
Sei secondi che segnano il definitivo collasso delle guarantigie parlamentari e l’affermazione di una Costituzione materiale che a Catania ormai vuole, 24 anni dopo, i deputati della Repubblica italiana essere spostati con un ombrellone sulla spalla.
Ma, insisto, non è tanto quella mano poggiata sul corpo di Di Battista senza alcuna autorizzazione della Camera di appartenenza a colpirmi, quanto quel “giovanotto” pronunciato alle sue spalle dal basso verso l’alto. Una sola parola che lo pagghiolizza, sancendo la definitiva rivincita del popolo, quello vero, che fatica, sul populismo dell’antipolitica.
La rivincita dei masculini sul reddito di cittadinanza, dell’opa sull’abolizione dei vitalizi.
Una pescheria a 5 stelle che azzera le distanze reali, ristabilisce le giuste misure e ci riporta alla realtà dei fatti. Non li banalizza, ma ne tira fuori la naturale banalità.
Io non so cosa succede nelle altre pescherie di Italia e non so lì come si spostano i parlamentari. Noi, a Catania, li spostiamo con un ombrellone sulla spalla.
Ecco, basta politici antipolitici, basta vitalizi, basta giovanotti. Solo gente che sposta deputati con un ombrellone in mano.

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Arturo

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Io credo che le persone non s’incontrino mai per caso, ma per casi.
Disturbati settoriali, in prevalenza: ossessivo – compulsivi, opiniologi, complottisti paranoici, renitenti alla relazione, vegani, antivaccinari, animalisti anaffettivi, gente in cerca di guai.
I tempi, però, sono maturi. Chi non sta da una parte o dall’altra della barricata è la barricata, direbbe Lenin. La vita ci impone dunque una scelta, ma senza alcuna pretesa di superiorità sugli altri.
Ecco, io ho un amico, per esempio.
Alla soglia dei quarant’anni, dopo un’esistenza piegata a relazioni superficiali, fatta di centinaia di donne e una continua ricerca di altro nelle altre, temendo seriamente di rimanere solo, alla fine, s’è arreso. E ha comprato un alano.
Ora, a me piacciono le persone e anche i cani. Non mi piacciono, però, le persone con i cani.
I cani sono migliori delle persone che dicono che i cani sono migliori delle persone.
Il mio amico ha, infatti, intrapreso un fragile cammino di surrogazione della paternità, chiamando lo alano come il padre. Arturo. Un alano. Arturo. Mi dicono che Arturo, o comunque dare il nome di una persona a un cane, is the new Bobby.
Il mio amico pensa che per essere felici non ci voglia un cane grande, ma un grande cane. Per questo ha scelto un alano. Anche Gianna Nannini ha fatto un figlio a 57 anni e le è nato di 34.
Solo che il mio amico parla allo cane come a un bambino. Frasi anche ben articolate in italiano e cariche di attenzioni nei contenuti, alle quali però lo cane risponde sempre e solo bau, massimo un woof woof, senza ingenerare incomprensioni. Secondo il mio amico, la differenza sostanziale tra l’uomo e lo cane è che l’uomo ha inventato, ad esempio, la penicillina, lo cane no.
Il mio amico pensa che Arturo provi le stesse emozioni di una persona. Un tempo, si diceva che l’uomo soffriva come un cane. Oggi, sono i cani a soffrire come gli uomini.
Il mio amico pensa che a capodanno non si debbano sparare i botti, perché fanno paura ai cani, anche ai cani alani. Niente raudi, bombe, colpi di pistola. Per lui, i mastini napoletani dovrebbero emigrare a Bergamo.
Il mio amico è affetto dalla Sindrome del Caps Lock e pubblica solo link contro gente che ha abbandonato altri cani, urlando “BASTARDIIIIII” contro il cielo. Eppure, i cani li abbandona chi ce li ha, non noi che siamo senza cani.
Il mio amico pensa che i cinesi non dovrebbero mangiare i cani, ma imitarli.
Il mio amico ha anche creato un profilo Facebook allo cane. Però, in realtà, è lui che scrive al posto dello alano, perché lo alano ha le zampe troppo grandi per la tastiera. Provate a far scrivere anche solo “ciao” a un alano, l’effetto sarebbe questo: vxsvfdscioujijaadadohdheododihopdqpi.
E mentre il mio amico cresce lo cane come un figlio, i figli crescono come cani e fanno fermi a 11 anni, in via Etnea.
Io non so se avete presente un alano, ottimista e di sinistra, ma è un cane che caca tanto in termini di quantità, qualcosa equivalente a una setteveli. Ma il mio amico, con pazienza operaia, gira con un sacco nero e la raccoglie per strada.
E poi centinaia di foto con il suo cane o del suo cane. Solo il cane. Cane è bello. Cane e sai cosa bevi. Cane e sei protagonista. Canissimo e vai fuori di zampa.
Insomma, il mio amico crede veramente nella frase “il cane è il migliore amico dell’uomo”. Però, quando cambio l’ordine degli addendi e ricordo al mio amico “Guarda che il tuo migliore amico è un cane”, lui un po’ si incupisce. E la somma della sua vita cambia.
Ieri sera, all’improvviso, non ce l’ho fatta più e gli ho detto tutto questo con uno strano accento brasiliano: Jo tu ris, ora o sau, bau bau.
Vorrei poter scrivere le stesse cose a chi ha un gatto. Ma chi ha un gatto è solo un proprietario di cane che non ce l’ha fatta.
Lo alano ti da una mano. Un alano lava l’altra.

 

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Pazza Ikea

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Esistono pochi posti a Catania, come l’Ikea di Domenica, in cui l’uomo tollera la sospensione della dignità.
E non mi riferisco a quell’incrocio tra i sensi, in cui si miscelano accenti masticati di entroterra siciliana, odori di vita di Aidone e di Agira, il Gelso Bianco come orizzonte anche per i palermitani, la moda come rinuncia all’estetica.
E neanche ai Kevin e ai Brenda che gridano e corrono in libertà, senza mai conoscere tumpulate col nervo della mano.
Parlo, invece, di qualcosa di più impermeabile alla misantropia.
Provo, infatti, sincera amarezza, un affogato all’amarezza, e lo dico soprattutto da avvocato, nel vedere mariti che non oppongono alcuna resistenza a questa subdola tecnica femminile di formulare domande suggestive.
Le mogli che aprono ante, disegnano stanze da letto, si caricano lampadari, non chiedono mai “Ti piace più questo o più quello”. Una soluzione operaia che fa sopravvivere il potere di scelta, e quindi da valore e consistenza nel mondo all’opinione altrui, creando un precedente che potrebbe superare idealmente la cassa.
Le mogli, al contrario, chiedono “Questo divano ci starebbe meglio nel soggiorno, vero?”, “Non è più bello questo bicchiere?”: tutte domande che contengono già la risposta, decisa in camera di consiglio, inaudita altera parte.
Ecco, provo molta amarezza nel vedere questi uomini dire “sì”, senza neanche emettere un suono. Solo un movimento ondulatorio della testa, privo di parole, in silenzio, che dondola su e giù, in modo sincronico. L’uomo è un metronomo del sì. Su e giù, un gioco di cervicale, a livello C2 − C3, un’ortopedia del consenso intellettualmente estorto.
L’uomo dice sì a domande che non ascolta ormai da anni. Si piace così, quando tace, perché è come assente. Altrove, tra distese azzurre e verdi terre.
Li vedo percorrere questi corridoi, ogni tanto fermarsi, un movimento della testa, su e giù, lungo un sentiero che disegna una lenta metafora della loro vita che passa. Ore in piedi, senza mai sedersi. Fingersi interessati ai divani solo per riposarsi. Una Domenica difficile anche a livello lombare.
Li guardo e mi verrebbe di caricarmene in macchina quattro, di peso, a caso, e portarmeli a mignotte.
L’uomo dovrebbe essere protagonista della sua vita, e non spettatore. Come il testicolo.
Perché forse non tutti sanno che la parola testicolo deriva dal latino “testiculus”, diminutivo di “testis”, che significa testimone. Il testicolo, infatti, è testimone dell’atto sessuale, senza mai parteciparvi: un coglione insomma.
Non fate passare il tempo come Edward Mani di Forbice, che si tiene il prurito a una palla, ormai, dal 1990.

Famiglia Chistiana III

Fare un giornale giovane, nel look e nell’anima, che dia voce a tutti, anche a chi non sa parlare in Italiano, non è facile.
Ci provo da mesi, nonostante la concorrenza delle testate online, e senza finanziamenti.
Vorrei fosse una rivista di rottura, lontano dagli schemi della più democristiana della partitocrazia.
Famiglia Chistiana è già al terzo numero. La cosa assurda è che, come direbbe Antonino Nino Frassica, ne Il Bi e il Ba, ci sono pure le pagine. Grazie a chi mi ha donato la carta.

Il primo numero lo trovate qui:

https://mattiaserpotta.wordpress.com/2013/11/01/famiglia-chistiana/

Il secondo numero, qui:

https://mattiaserpotta.wordpress.com/2016/08/31/1429/

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La matita copiativa

19 dicembre 2016 6 commenti

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Esiste una parola nel vocabolario italiano che esprime in maniera cruda la ‪privazione, più o meno grave, dell’efficienza fisica. In molti casi, persino una disabilità. ‬
La parola è: menomato.
Nulla di offensivo, secondo me.
Se uno è menomato a livello intellettivo, cioè è bestia, soffre un deficit della capacità di elaborare concetti sensati e articolare ragionamenti, rispetto al quale, nella maggior parte dei casi, non ha colpe. È natura. O talento in negativo, se vogliamo.
Potrà informarsi, cliccare, linkare, copiaincollare, leggere libri, laurearsi, confrontarsi, ascoltare altre opinioni.
Ma non trasformerà mai tutto questo patrimonio in materia prima. Perché: è, appunto, un menomato.
Io capisco che può risultare fastidioso un Paese in cui il livello di libertà sia tale da consentire a chiunque di presentarsi al seggio elettorale, scassare la minchia al Presidente, ostentare competenza sulle matite che, fosse stato per loro, il sig. Stabilo doveva fare bacchette da sushi, leccare le punte a calippo, ipotizzare scenari bulgari al momento dello spoglio e pretendere di votare con la Montblanc.
Ma, parafrasando la Mannoia, quello che le gomme non dicono è che questo livello di libertà è, invece, il termometro dell’assenza, la più totale assenza, del pericolo che si precipiti verso una deriva autoritaria.
Anzi. In Italia, come nel mondo, i menomati intellettuali sono gli unici disabili ad avere realmente voce e credito. Alimentandosi da soli. Si sono fatti coalizione, partito, camarilla. E noi gli stiamo consegnando il Paese.
Ma la menomazione rimane un difetto che non merita derisione, ma qualcosa di più cristiano. La compassione. Andate nelle e sulle loro bacheche e portate loro una carezza carica di Uniposca.
Un menomato ci ricorda sempre quanto siamo fortunati a non essere menomati.
Un menomato ci fa sentire persino più intelligenti di quello che siamo.
Io, ad esempio, in una giornata come questa, mi sento ai livelli di Zichichi.
Ma come può uno spoglio arginare il male?

FATE COPIA E INCOLLA CON LA MATITA COPIATIVA E INCOLLATIVA.

Tutti frutti

13 ottobre 2016 1 commento

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Mi sono infiltrato in un gruppo di fruttariani. Tutti i gruppi di fruttariani sono chiusi, non tollerano il confronto, il pensiero altro e la presa per il culo.
I fruttariani sono solo una piccola matrioska del disagio umano. L’ultima.
La prima, la più grande, quella che contiene tutto il sistema, siamo noi: gli onnivori.
Dentro di noi, c’è una matrioska più piccola: i vegeteriani. Poi, vengono i vegani e, ancora più dentro, i vegani crudisti. E, infine, ci sono loro, appunto, i fruttariani. Attenzione, al di fuori di questo sistema, ci sono i respiriani, quelli cioè che, tecnicamente, non mangiano, perché mangiano aria, cioè respirano. Ma qui siamo già nell’orbita del TSO.
I fruttariani sono vegani esaltati.
I fruttariani mangiano cose che rubano i nomi da nostri cibi: lasagne senza lasagne, hamburger di papaya, tiramisù di mango (senza caffè, senza mascarpone, senza uova).
I fruttariani pensano che anche le piante soffrano e abbiano dei sentimenti. Mangiano solo frutta, ma solo quella caduta dagli alberi. Se no, è assassinio. E’ quindi possibile associare, in una stessa frase, parole come “ammazzare” e “pomodoro”.
Per la mia visione della scienza, fin quando non vedo stesa su un lettino una foglia di rucola dire “Dottore, non so cosa mi prende, oggi mi sento un po’ giù”, per me la rucola non soffre.
Allo stesso modo, ma il discorso sarebbe più ampio, credo sia una grande ipocrisia pensare che gli animali soffrano, e per questo non mangiare carne, e poi ammazzare zanzare e ragni. Anche le zanzare e i ragni, nel loro piccolo, se la prendi a colpi di Repubblica sui muri, ci rimangono male.
Ho provato a edulcorare questi concetti a un fruttariano e a ragionarci su.
Se gli obietti che le piante non soffrono, perché non ci sono evidenze scientifiche che soffrano, loro ti rispondono che non ci sono neanche evidenze scientifiche che non soffrano. Se gli citi la seconda pagina di un libro di biologia, loro ti citano pagine internet- Poi ti mandano a fanculo, poi ti dicono “continua a mangiare la tua merda”, poi ti augurano un tumore maligno.
I fruttariani usano aggettivi come “fruttosità”, considerano i Pavesini veleno, sono contro i vaccini, la ricerca scientifica e sono proprietari di cani, perchè migliori degli uomini. Anche se il cane non ha mai inventato la penicillina, la lampadina, il motore a scoppio, il cinema.
La rucola, in definitiva, anche lei nel suo piccolo, ci rimane male, si deprime, ha attacchi di panico. Forse caca pure. La mela no. Ma solo se cade da sola, a terra.
Ecco, i grillini, parlo di quelli esaltati, che sono una buona maggioranza, sono fruttariani del loro pensiero. Con grillosità.

Famiglia Chistiana II

31 agosto 2016 2 commenti

definitivo

Dopo mille difficoltà burocratiche e finanziarie, sono orgoglioso di presentarvi il secondo numero di FAMIGLIA CHISTIANA, settimanale di informazione per mammoriani. Un giornale nuovo, giovane, se vogliamo, innovativo. All’interno, consigli pratici, inchieste, interviste, al costo di una cipollina. Per stampare questo periodico non sono stati tagliati alberi in Amazzonia, ma riciclati i tovaglioli di Savia.

Il primo numero lo trovate qui: https://mattiaserpotta.wordpress.com/2013/11/01/famiglia-chistiana/

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Se

31 agosto 2016 1 commento

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Stamattina, rileggevo “Se”, la poesia di Kipling scritta nel 1895. E l’ho trovata, oggi più che mai, improvvisamente attuale.
Provate ad ascoltarla con la voce di Alberto Lupo.

Se, di J. Kipling

Se saprai taggarti a piedi nudi a Portopalo,
essere Carratois e non soltanto esserci,
danzare a ritmi di sabbia e coppertone, oliarti e non eoliarti,
quando tutti attorno a te camminano gommoni su Panarea,
e te ne fanno colpa.

Se saprai intestare al tuo liotro più profondo l’olimpica medaglia di un Garozzo,
fare di Catania e Agireale un’unica metropoli con una sciabolata al navigatore,
Condorelli e Savia, Timpa e Gelso Bianco, Tupparello e Cibali, Stazzo e Vaccarizzo, tutti insieme,
spagnarsi e non più scantarsi, mò matri e non me matri.

Se saprai afferrare l’ultimo respiro di un giorno che finisce,
dire “siamo senza tramonto”, trattenerlo e non possederlo,
essere e non avere,
rifuggendo da chi inverte l’onere della prova e dice “tramonti ne abbiamo?”, e il tramonto ce l’ha davanti a sé.

Se saprai aver su tutto un’opinione,
perché tutti possano avere un’opinione su di te,
essere il Jesuis di mille riassunti, statista e stragista in una stessa frase, esteta ed estetista dove tira sempre il vento,
senza mai coltivare il dubbio e il silenzio, né la sospensione del pensiero,
non avere verità, ma crearle,
vendere la Basilicata ai russi e devolvere il ricavato ai terremotati,
Burkini in spiaggia sì, Vamos Allah playa no,
vegano o morte, bicicletta o morte, coglione o morte, cane e gatto o morte, grillino o morte, e persino morte o morte.

Se saprai non avere altro Io all’infuori di te,
senza pretendere dal tuo prossimo futuro 15 minuti di anonimato,
ma un Mojtone nell’ampolla da cinque litri,
il Moscow Mule sì, ma nel barattolo di rame,
bollicine per favore, ma nel flute,
non cedendo all’illusione effimera del vino del cartone,
ostentare l’ubriacatura di un’istante per cancellare la modesta sobrietà della tua bacheca,
#noncelapossiamofare e #nonlasuperiamo come hashtag esistenziali.

Se saprai proteggere i tuoi commenti dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via,
dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.

Se saprai riconoscere in un Poke l’alba di uno stalking,
in un Pokemon quella di un TSO,
scorgere in un messaggio senza risposta un’esortazione a riprovarci,
mettere un mi piace per esprimere un mi piaci,
usare un hashtag anche per un articolo determinativo,
la k per risparmiare una ch, nove puntini di sospensione come pausa del discorso prossima alla paresi,
richiedere l’amicizia a una donna per entrare con un piede di porco nel suo suo cuore,
allora tua sarà la tangenziale e tutto ciò che è in essa.
E ˗ quel che più conta ˗ sarai un uomo, figlio mio.
Ed andrai a comandare.

Balli proibiti

31 agosto 2016 1 commento

Dirty-Dancing

La cosa che più non sopporto in una donna è quando non ti fa parlare. C., per esempio, non ascoltava mai e interrompeva sempre. C’erano momenti in cui non riuscivo neanche a finire una frase.
Una volta mi chiese: «Come si chiama quel film…con quell’attore americano che è morto? Quello famoso…Non mi sta venendo. Assurdo…Dai…Ce l’ho sulla punta della lingua».
«Robin Willia…». Mi interruppe sul nascere.
«No, no, ma che Robin Williams. Dai il film famoso, che c’è anche cosa, quella che non ha fatto più neanche un film dopo…».
«Olivia Newto…» provai ancora una volta a terminare una risposta.
«No, ma che centra? Quello è Grease. Dai quel film con l’attore che ha fatto anche Ghost, ma non è Ghost…».
«Ah, Patrick Swa…».
«Bravo, Patrick Swayze, non mi veniva. Assurdo. Ma il film, dai, è degli anni ’80, quello famoso…che ci sono lei e lui che ballano sempre…con quella colonna sonora bellissima…Oddio, ce l’ho qui…».
«Ma tu forse intendi…» accennai. Solo che lei già non mi ascoltava più.
«Sì, dai…la canzone è Time of my life…Come fa? Na na nanna the time of my life…nanannà…che bella…l’avrò sentita milioni di volte…».
«Sì, ho capito…il film si chi…».
«Assurdo…ce l’ho qui…c’è la scena finale che ballano…in quel modo così sensuale…».
«Se mi fai parl…». Ma la sua voce si sovrapponeva subito alla mia.
«Non sopporto non ricordarmi le cose, ti giuro, è pazzesco, lo avrò visto milioni di volte…Si chiama? Si chiama?…E poi c’è anche quell’altra canzone nel film…Ti ricordi che la cantavamo l’estate scorsa? Faceva: “So won’t you, please, (be my, be my baby)…be my little baby, (my one and only baby)”…»
«Sì, sì, C., ho capito il film si ch…».
«E pensare che è stato il primo film che ho visto con mio padre al cinema…Ti giuro è pazzesco…Lo avrò visto centinaia di volte…Non mi sto ricordando il titolo…».
«C., il film è…».
«E poi una volta ho anche ball…». Ma non la feci finire stavolta. E venne il mio momento.
«C., cazzo, ma tu non mi fai mai parlare, non ti prendi mai pause, mi interrompi sempre. Tu non ascolti, lo trovo assurdo, Sei un’egoista e logorroica. Questi non sono dialoghi, sono monologhi. Guarda che ci sono anch’io. E’ un’ora che tento di risponderti…Ma tu niente, vai per la tua strada…».
Lei bloccò il mio sfogo sul nascere, con la piena consapevolezza di cosa stessi dicendo, senza negare, ma ridimensionandomi: «Ma perché stai facendo così? Mi pare che tu stia esagerando adesso». Poi, quella che aveva il sapore di una concessione: «Sentiamo, avanti, cosa volevi dirmi?».
«Volevo dirti dancing»

C’era una svolta

31 agosto 2016 1 commento

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L’uso murale di sucaminchia, come apostrofo rosa tra le parole “Ti amo” e il disegno di un cuore, è un esercizio stilistico molto coraggioso, che segna probabilmente una frattura insanabile con la poesia romanza e rinascimentale.
Eppure, il verbo “sucare”, evoluzione dialettale di “succhiare”, dal latino “suculare”, letteralmente “aspirare e ingerire un liquido”, in sé considerato, non ha alcuna carica volgare.
Ne “La sucalora”, ad esempio, il Maestro Brigantony sostantiva il verbo per indicare il biberon, inteso come simulazione artificiale del seno materno. Qui “sucare” richiama, dunque, il gesto primitivo dell’allattamento: “…e sucamu sucamu sucamu, ca sucalora narricriamu, a su… a su… a su… a sucalora, a su… a su… a su…a sucalora”. Nessuna volgarità sottointesa, dunque, nonostante il Maestro, altrove, si muova spesso sul filo dell’ambiguità.
Persino come prefisso della parola “minchia”, il “suca” di “sucaminchia” è, di per sé, privo di carica offensiva e affatto volgare, descrivendo piuttosto una pratica sessuale che rappresenta l’ovvio, l’ordinario, il minimo sindacale all’interno di qualsiasi rapporto di coppia.
Il “suca” di “sucaminchia”, al contrario, questo sì, può acquistare una valenza dispregiativa nella sua declinazione plurale: “sucaminchi”, appunto, con una sorta di apocope della e finale, rispetto alla più corretta formalmente “sucaminchie”.
Qui la “minchia” di sucaminchi è figura retorica, precisamente una sineddoche. Si indica cioè una parte per rappresentarne il tutto. Sucaminchi significa, infatti, chi si concede a più persone, quindi al di fuori di un rapporto di coppia stabile ed esclusivo. E’ la poligamia del comportamento, insisto, a qualificare la volgarità della parola e non la parola in sé.
Ricapitolando. Esempio non dispregiativo: “La mia ragazza è una sucaminchia”. Esempio dispregiativo: “Lassa stari, chidda è na gran sucaminchi”.
Nella stessa direzione, e chiudo il ragionamento, si giudichi infine il “suca a minchia sottointesa”, che esprime ostentazione spavalda di superiorità di un uomo su un altro uomo o, a dire il vero molto raramente, di una donna su un’altra donna. Esempio:
− Io sono più bravo di te a giocare a pallone.
− Avaia, tu, a mia, ma suchi.
Ecco, anche qui, il “suca” − che sarebbe in sé inoffensivo, ribadisco, anche rispetto a un rapporto di coppia omosessuale, specie alla luce del recente riconoscimento giuridico contenuto nella legge Cirinnà – acquista purtroppo una carica di volgarità intellettuale, in quanto elegge il gesto del “sucare”, inteso quasi a simulare una spirometria, a sinonimo di prevaricazione e di dominazione dell’uno/a sull’altro/a: “io sono più forte, più bravo di te, quindi tu me la suchi”.
In questa poesia di strada, invece, si profila un’accezione alternativa di “sucaminchia”, che non ha nulla a che vedere con quanto sinora detto. E’, infatti, utilizzato per veicolare uno stato d’animo. Il che è tipico del sucaminchia a Catania.
L’autrice usa il “sucaminchia”, infatti, come contraltare al fatto che il suo uomo porta i risvoltini ai pantaloni. E lei, appunto, da una parte protesta, dissente, riprova in cuor suo, ma dall’altra riafferma l’amore.
Va, dunque, inteso così il sucaminchia: io ti amo, anche se, sucaminchia (sottointeso “di te”, variabile di “sucaminchia delle carte”), tu ti fai i risvoltini ai pantaloni.
Ed è questo il tema centrale della poesia: non l’amore in sé, il che può spesso apparire scontato, ma l’amore nonostante: il risvoltino, appunto.
In principio, era il pinocchietto, un capo obiettivamente inutile in termini stilistici, ma che ha sdoganato negli anni l’idea che ci fosse della bellezza estetica anche nell’espressione della nudità di pelle tra la tibia e il tallone maschile.
Si è così arrivati, in tempi recenti, alla pratica barbara del risvoltino verso l’esterno e, cosa a mio avviso ancor più grave, a una sorta di anarchia dell’orlo, con la pratica inversa dei pantaloni venti misure più corti.
In entrambi i casi, il risultato finale è complessivamente lo stesso: jeans portati sopra il malleolo, a uso Sampei, e un appannamento del gusto, di cui la moda è soltanto una divagazione. Lì dove finisce il pantalone finisce in realtà il maschio.
Questo fenomeno, ahimè, è avvenuto a tutti i livelli della scala sociale.
Un tempo, camminando per la via Plebiscito, un uomo non avrebbe mai accettato di farsi i risvoltini. Avrebbe anzi risposto con una frase carica di megalomania: “mpare, non mi fazzu i risvoltini, annunca mi nesci a cedda”. Allo stesso tempo, quell’uomo non avrebbe neanche indossato pantaloni troppo corti, perché si sarebbe esposto al pubblico ludibrio: “mpare, allungasti stanotti o to mugghieri ti stringiu i jeans nda lavatrici?”.
Si è invece oggi, purtroppo, ultimato un processo di fashionizzazione irreversibile di tutte le classi sociali, con azzeramento di ogni differenza stilistica tra i diversi scalini. Quindi, anche il mammoriano, abbandonando definitivamente tute acetate o in polipropilene, si è sentito legittimato a indossare i pantaloni sopra il suo di malleolo, calpestando le banchine di via Plebiscito come se fosse via Montenapoleone.
Ecco, arrivati a questo punto, io credo che la soluzione possa essere soltanto una. Fare come in Corea. Lì, se tu cammini con i pantaloni più corti, diciamo sopra la caviglia, King Kiong II ti manda i sarti di regime e, con una spada di Hattori Hanzo, ti tagliano le gambe, esattamente all’altezza della tibia.
A quel punto, si è costretti a stare in equilibrio, senza piedi, come sui trampoli, rantolando e sanguinando. Quindi, ti si avvicinano nuovamente i sarti di regime e ti gridano in coreano: “Visto? Adesso pantaloni cadele pelfetti”.

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May dire May

2 maggio 2016 1 commento

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Sono, credo uno dei pochi, contento della nuova pista ciclabile. La trovo di respiro mitteleuropeo. Mi piace anche questo azzurro viagra, è metaforico e allusivo senza volgarità, nel lanciare il messaggio che Catania possa ancora rialzarsi. E poi è in linea col mare, il cielo, l’acqua di Giò.
Sono, credo uno dei pochi, favorevole anche alla liberazione del lungomare e del porto. Anzi, fosse per me, andrebbero proprio liberati dai catanesi, impedendogli di entrare. Lungomare liberato? Chiuso, non può passare nessuno, ci vediamo lunedì. Dovremmo anche liberare i Marò, a questo punto.
La pista ciclabile può comunque, secondo me, consentire ai ciclisti, quantomeno a quelli vegani che votano Grillo con il cane al guinzaglio, di cambiare il mondo, ma stando più a destra. Quindi, ripeto, è buona e giusta.
Certo, a voler essere più rigido, però, questa cosa che ci siano strisce pedonali riservate agli allenamenti di Fiona May, la trovo un piccolo autogoal. Così come credo sia un autogoal che, a ogni salto, Fiona May debba finire a mare, sotto La Tavernetta.
Però, insisto, tolto questo, mi piacciono la pista ciclabile, il colore azzurro, i vegani, i cani, Beppe Grillo, il free jazz punk inglese. E anche la nera africana. 

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L’amore non è bello se non è di Picanello

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Questi versi insegnano la differenza tra l’amore apparente e l’apparenza dell’amore.
L’impressione che comunicano al lettore superficiale, infatti, è che l’Autore voglia, forse con un filo di accesa banalità, ripercorrere le evoluzioni tradizionali dei percorsi dell’amore: attrazione, innamoramento, amore, guarda a quello, tradimento, odio.
L’odio, però, andrebbe insegnato ai bambini insieme all’alfabeto, non è mai l’epilogo finale dell’amore. Il polo opposto dell’amore, infatti, è l’indifferenza.
Quindi, se il disegno del Poeta fosse stato realisticamente questo, la scritta avrebbe dovuto essere: CUCCIOLA TI AMO. E poi, dopo, l’aggiunta: CUCCIOLA CUI?
Il Poeta impone, invece, uno sforzo interpretativo superiore.
Cominciamo dalla scelta della pagina bianca, anch’essa ingannatrice: la saracinesca di un garage.
Ad essere approssimativi, infatti, essa è, prima, superficie e palcoscenico di un pensiero d’amore (CUCCIOLA IO TI AMO); dopo, immagine sinonima di chiusura, quindi di fine, meccanica e rabbiosa, del sentimento (SEI SOLO UNA TROIA).
Ma chi è l’Autore? La scelta della formattazione stilistica ci dice tutto.
L’uso geometrico ed incondizionato dell’allineamento centrale, al posto del più comune giustificato, è espressione di una personalità caotica e precisa nello stesso tempo, quindi in conflitto, comunque maniacale, se vogliamo paranoica, tipica di quelli che piegano i vestiti prima di fare l’amore e dopo si rimettono le stesse mutande.
Non passi inosservata quella S, scritta e poi leggermente cancellata, prima di quel SEI.
L’Autore deve in principio essersi fatto male i conti delle distanze. L’idea che l’ultimo rigo sarebbe finito allineato con gli altri due, stravolgendo la formattazione che aveva originariamente immaginato, in un allineato a destra, deve averlo fatto impazzire.
Si spiega allora quel TROIA, che sembra scontare una rabbia, che è non rabbia d’amore, ma anche un SEI UNA…MA PORCA TROIA HO SBAGLIATO COSI’ MI VIENE ALLINEATO TUTTO A DESTRA.
Sul piano dei contenuti, non posso fare a meno di notare l’uso non casuale di quell’IO. Cucciola IO ti amo.
Una precisazione inutile, direi, dal punto di vista linguistico e grammaticale: nel CUCCIOLA TI AMO, l’IO è scontato, è già contenuto; nessuno avrebbe mai potuto pensare TU ti amo o un EGLI ti amo.
Allora, è un IO che nasconde dell’altro. Suona più come un Cucciola guarda che IO ti amo, mentre GLI ALTRI che ti scopi no.
Nell’Io si svela tutto il senso dei versi. E’ un Io che si eleva a momento di paragone, in contrapposizione agli ALTRI, e che così dice di più. Lei è, ma era una TROIA, già da prima.
La conferma di questa interpretazione è tradita da un particolare. La scritta è stata fatta, infatti, in un unico contesto spazio − temporale.
L’identità grafologica delle due parti – CUCCIOLA IO TI AMO e SEI SOLO UNA TROIA (notare l’uguaglianza tra la A e la T), ma anche l’uso dello stesso spray, ci dice allora di un uomo in perenne conflitto, se vogliamo schizofrenico, che da una parte ama la sua donna, pur sapendo che dall’altra che è solo una grandissima TROIA.
Non è forse questo che, per sommi capi, e parafrasandolo, voleva dire il Prof. Vecchioni parlando della Sicilia?
La confessione, però, è in quell’IO TI AMO che è cancellato in maniera sfumata, come se avesse usato appena, le donne mi capiscono, il sapone a scaglie.
Se quell’apparente eliminazione del sentimento fosse avvenuta in un secondo momento, scoperto cioè il tradimento, il Nostro lo avrebbe annerito del tutto. Anche se è vero che il passato non può mai cancellarsi, semmai si può cambiare l’effetto che il passato avrà sul nostro futuro.
Invece, lui ha solo offuscato il TI AMO, ma in modo che si potesse ancora vedere. È una scelta stilistica ed artistica che diventa metafora.
Sei una grandissima TROIA, ma io non riesco a cancellarti, forse non voglio neanche cancellarti, perché IO TI AMO, anche se TU ti scopi GLI ALTRI e per questo sei solo una grandissima TROIA.
Non è forse questa, indipendentemente dal sesso, la forma più alta dell’espressione dell’amore?
Tutto questo mi ricorda moltissimo una scritta sulla strada che sale per il rifugio Sapienza.
Un giovane innamorato aveva scritto: IO TE PER SEMPRE INSIEME. Non era ovviamente l’inizio di un dibattito.
Poco dopo, però, è comparsa una scritta di un’altra persona, uno di questi che devono sempre avere l’ultima parola, e precisare, non per aggiungere, ma per completare. Ecco, questo ha chiuso il ragionamento d’amore eterno, di fatto annullandolo, con un’altra scritta, molto più cinica: POI TE NE ACCORGI, BESTIA.
È lo stesso che, sulla scritta, SAMUELA TI AMO, non potendo trovare altro da dire, ha aggiunto, con tanto di freccetta sul nome: CHE NOME DI MERDA.
E’ tutta qui l’essenza dell’amore Signori. E, se vogliamo, l’assenza dell’amore ai tempi di Frankie Garage.
Un giorno scrivi TI AMO, un giorno scrivi sei una TROIA. Ma stai attento, che c’è sempre qualcuno che può scrivere qualcosa dopo di te.
Ho di recente letto che, per essere poeti, non basta andare spesso a capo.

Caro amico ti schivo

21 ottobre 2015 15 commenti

C’è a Catania una parola − e non credo ci sia, per contenuti, in nessun’altra parte del mondo − che racchiude in sole cinque lettere concetti di fratellanza, intimità, condivisione, rispetto, confidenza ed amicizia. E questa parola è “mbare”, molto più raramente “mpare”, abbreviazione, ma solo per mera pigrizia lessicale, di “compare”, cioè “tu sei compare a me”: etimologicamente, deriva dal latino “compater − tris”, composto di “cum” e “pater”, ed indicava originariamente colui che tiene a battesimo il figlio altrui, il padrino, ma anche il testimone di uno degli sposi, per poi diventare successivamente, in una accezione più popolare e generalista, sinonimo di “soggetto più che familiare”.

Ogni giorno, a Catania, si consumano milioni di frasi fatte anche solo di soggetto, predicato e mbare. Spesso inconsapevolmente, i “minchia mbare”, “au mbare”, “comu si mbare”, servono a rinnovare e ribadire l’amicizia tra due persone, reciprocamente, come premessa a qualsiasi altro discorso. Uno mbare che definirei a “prestazioni corrispettive”, nel senso che, intanto io ti chiamo “mbare”, in quanto so che anche io sono compare a te.

C’è, invece, a Catania una parola − e non credo ci sia, per intenzioni sottese, in nessun’altra parte del mondo − con la quale una persona azzera, in un solo istante, la distanza con qualsiasi altro soggetto a lui un istante prima sconosciuto; e questo anche quando quella distanza sia imputabile alla diversità di classe sociale, provenienza geografica, credo religioso, razza, opinione politica, persino lingua parlata e, ma sono casi veramente rari, sesso. E questa parola è: “mbare”.
E’ uno mbare però che, sempre per comodità espositiva, chiamerei questa volta a “prestazione unilaterale”, di natura ricettizia, diverso da quello di cui sopra, perché non presuppone una precedente fratellanza tra due soggetti, che la vogliono appunto rinnovare e ribadire, ma esprime anzi un’imposizione unilaterale di intimità e confidenza da parte di un soggetto verso un altro, a lui sconosciuto, che la subisce passivamente.

Ecco, ci pensavo stamattina, quando in via Umberto, un mammoriano col motorino non ha dato la precedenza ad un pedone che, con evidente dialetto del nord, in giacca e cravatta, lo ha subito rimproverato di questa condotta evidentemente incivile ed in aperta violazione delle norme del codice della strada. Allora il mammoriano, dopo aver guardato un istante per terra ed essersi interrogato sul significato di quelle macchie bianche di forma rettangolare, perfettamente geometriche nella loro sequenza, disposte l’una dopo l’altra, si è fermato un paio di metri più avanti e, pur rimanendo seduto sullo scooter, sempre con le mani appoggiate parallelamente sul manubrio, girando solamente il capo di circa 50/60 gradi, gli ha detto, sempre all’uomo che veniva dal nord e che solo per questo pensava di avere ragione: “mbare ma picchì sta facennu accussì?”.

Questo chiaro esempio di mbare unilaterale − che sul piano lessicale, forse è scontato dirlo, è assolutamente incompatibile con il LEI, a pena di apparire ridicolo, ed implica quindi l’abbattimento immediato della terza persona singolare −, che io reputo estremamente romantico, con cui il catanese ha subito aspirato a stringere fratellanza con l’uomo venuto dal nord, a farlo sentire un suo simile, pur rimarcando implicitamente di non sentirsi un suo simile, comodamente dal sellino del suo scooter, senza neanche scendere e stringergli la mano, senza presentarsi e dire nome e cognome, senza porsi il problema se quello lo stessa capendo, chi fosse, che lavoro facesse, altro non è se non la manifestazione tipica di una attitudine, tutta catanese, che è quella di ricevere un dito e prendersi il braccio con tutta la clavicola.

Esistono, però, diverse forme di “mbare unilaterale” a Catania, che presuppongono unicità di significato, ma una diversità di stati emotivi. Nell’esempio che ho citato, lo mbare unilaterale è tipicamente di “riappacificazione” e si traduce in italiano così: “perché ti stai cotanto adirando, persona a me sconosciuta che parli una lingua del nord, solo perché non mi sono fermato sulle strisce pedonali, quando in fondo, se ci rifletti, a prescindere dalle nostre diversità, anche linguistiche, noi siamo fratelli?”.

Tra due sconosciuti, si può ancora ricordare lo mbare unilaterale di “rassicurazione”, in risposta alle domande altrui. Ad esempio, alla pescheria:

Excuse me, this is a fresh fish?”.
Scetto, mbare” (traduzione: “come pensi che io possa venderti del pesce non fresco, quando in fondo io e tu, anche se sei straniero, siamo fratelli?”.

C’è poi lo mbare unilaterale di “lamentela”, ad esempio in una trattativa tra sconosciuti per l’acquisto di motorino su subito.it:
− “Quanto costa stu scooter?”
− “700 euro, è nuovo”.
− “Non ci poi livari nenti?
− “No è nuovo”.
− “Avaia mba(re)
Qui bisogna fare attenzione, perché lo mbare unilaterale con anteposto “avaia”, è l’unico caso in cui subisce un fenomeno di troncamento, con le due lettere finali, che ci sono idealmente, ma non vengono effettivamente pronunciate, perché cedono il passo e così valorizzano l’avaia, che è la parte centrale della comunicazione (traduzione: “maledizione, ma come non puoi ribassare il prezzo, giusto a me, che io e tu siamo fratelli?”).

C’è ancora lo mbare unilaterale di “aggressione”. Ad esempio, se il pedone venuto dal nord avesse insistito e rifiutato ogni riappacificazione, allora il mammoriano avrebbe cambiato registro ed avrebbe detto “uora ma ruttu a michia, mbare” (traduzione: “io ti ho dato la possibilità di essere mio fratello e, nonostante rimanga nelle mie intenzioni diventare tuo fratello, tu comunque mi hai fatto molto arrabbiare”).

C’è lo mbare unilaterale di “meraviglia” che, rispetto a quello di “aggressione”, si pronuncia a “minchia anteposta”. Ad esempio, state camminando per strada, scivolate e cadete, si avvicina il catanese, accortosi stupito della vostra caduta e dice: “minchia (qui è evidente il minchia anteposto), accura mbare” (traduzione: “Oh mio Dio, sono molto dispiaciuto di vederti caduto per terra, stai attento, non mi fare preoccupare, che noi siamo fratelli”).

C’è lo mbare da “fermo a Piazza Santa Maria di Gesù”: “mbare, maddari i soddi” (traduzione: “avrei potuto chiedere i soldi ai miei genitori, stamattina, uscendo di casa; ma è più giusto, forse, che sia tu a donarmeli, come atto di dimostrazione della nostra fratellanza. Non costringermi a ricorrere a mezzi meno pacifici”).

C’è, infine, e ho concluso, ma potrei continuare credo per altre 89732 righe, lo mbare unilaterale “malinconico”, quando sei un po’ triste e solo, e ti fermi ad Acitrezza a guardare il mare. E’ quello che mi piace chiamare “mbare di inverno”. Tu sei li, che guardi il mare da solo, e pensi, e rifletti sulla tua vita, c’è molto silenzio, sei concentrato, quasi stai meglio, quando ad un certo punto tutta la poesia si frantuma, perché passa uno con lo scooter e grida così, senza motivo e senza fermarsi, “mbareeeeee” (traduzione: “non fare brutti pensieri, per qualunque cosa, ci sono io, che sono tuo fratello, ma ora me ne devo scappare”).

Everybody need some mbare to love.

Categorie:CATANIA IN MUTANDE

WATTSA WANA GANA

21 ottobre 2015 2 commenti

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Forse non tutti sanno che, prima di partire per gli Stati Uniti d’America, Paese comunque nato da un errore di navigazione, con una procedura elettronica, bisogna compilare un questionario ed ottenere un’autorizzazione, chiamata ESTA.

Dopo alcune domande di dubbio interesse scientifico (lett. a) − “lei ha un disturbo mentale?”, “lei soffre di lebbra?”, “lei soffre di granuloma inguinale?” “lei ha l’ulcera molle?” −, alla lettera d), ne vengono poste altre a potenziale risposta autoaccusatoria, raccolte tuttavia senza quelle che, in Italia, verrebbero ritenute basilari garanzie costituzionali, come la facoltà di non rispondere e la necessaria assistenza di un legale:

Intende svolgere, o ha mai svolto, attività terroristiche, di spionaggio, di sabotaggio o genocidio?(per i paragnosti, cliccare qui).

Lo so. A questo punto, vi starete chiedendo se è più bestia chi ha scritto la domanda, pensando che un altro più bestia di lui potrebbe rispondergli di si, oppure chi, leggendo la domanda, risponde si. Ma non vi deve meravigliare.

Perchè nella cultura americana c’è molta fiducia nel prossimo e nell’onestà intellettuale. Non come da noi, dove, ma vado a caso, se ti fotografano con un vassoio di cannoli di ricotta nelle mani, dopo avere ricevuto una condanna più lieve di quella richiesta dall’Accusa, come all’ex Presidente Cuffaro, la risposta sarà: “non stavo festeggiando, stavo solo spostando il vassoio”. E’ successo.

Ipotizziamo che rispondiate si. Quando atterrerete negli Stati Uniti, vi chiederanno conto di quella risposta e voi potrete dire: “Ah, in America non si può fare un genocidio? Ah, non posso manco radere al suolo Manhattan? Scusate. Io vengo dal Congo. La è normale. No, va beh, ora me ne torno allora”. Ed effettivamente, ve ne potrete tornare a casa.

Negli Stati Uniti, si crede molto nella verità. D’altra parte, gli attentatori dell’11 settembre, allora il questionario si compilava direttamente in volo, risposero che sì, cazzo, stavano andando a buttare giù le Torri gemelle. Ma non hanno fatto in tempo a consegnare il questionario.

Quello che, però, mi ha fatto uscire pazzo è una domanda che troverete in un altro questionario, quello della dogana, che invece vi verrà consegnato in aereo, ancora oggi, prima di atterrare (qui, in allegato).
Oltre a leggere “avete visitato una fattoria/allevamento/pascolo” (punto 11 d) o “siete stati a stretto contatto con bestiame” (punto 12) − se calate dalla piana di Catania non partite neanche – si legge, al punto n. 11 a), b), c): “portate – cito testualmente, mi devono cascare le mani in questo momento se non dico la verità – frutta, salumi, insaccati, AGENTI PATOGENI, COLTURE CELLULARI, LUMACHE, terra – e poi, alla fine, nascosta alla fine − INSETTI?”. La tecnica investigativa, incalzante, è la stessa del doganiere in “Non ci resta che piangere” (“chi siete, cosa portate, si ma quanti siete, un fiorino”).

Ora, non è tanto il perché tu mi chieda se mi sto portando dappresso provole o un virus dentro il portafoglio o se ho una lumaca attaccata all’ipad. Non è neanche il terrore, tutto americano, dell’immigrazione clandestina di insetti. Tutto questo avrà una sua logica nella loro cultura.
Quello che non mi può pace è, non tanto il come, ma il perché io mi dovrei caricare, materialmente, da Catania sull’aereo una mosca e portarmela negli Stati Uniti.

In calce al questionario, infine, non vi sfuggirà neanche che “Il tempo medio calcolato per completare questo modulo è di 4 minuti”, ma soprattutto che si possono spedireeventuali suggerimenti per ridurre i tempi di compilazione di questo modulo alla Dogana e Polizia di Frontiera degli Stati Uniti, all’indirizzo: U.S. Customs and Border Protection Office of Regulations and Rulings, 90 K Street, NE, 10th Floor, Washington, DC 20229”.
E’ tutto vero. Se ci siete stati troppo, se volete portarvi le mosche in America, se pensate che in qualche modo siano state violate le vostre prerogative costituzionali, se di solito siete persone che mettete il Guscio Meliconi al telecomando e chiamate i vigili quando vedete una macchina in doppia fila, allora scrivete, anche adesso, dall’Italia, e lamentatevi.
Vogliamo la riduzione del questionario ad almeno due minuti e mosche libere a bordo.

Però, tutte le volte che vi troverete davanti ad un americano, e lo vedrete fare sorrisini di superiorità, mentre dice “pizza, spaghetti, Belluscheoni”, ricordategli sempre una cosa: “si, ma voi siete quelli che mi chiedete se mi sto caricando mosche dall’Italia”.

Se siete arrivati fino a qui, adesso potete andare negli Stati Uniti d’America.

Twitter Stalching

24 aprile 2015 6 commenti

Sull’onda emotiva del disastro aereo della Germanwings, ho voluto testare alla base dieci compagnie aeree, italiane e straniere, per la mia e la vostra sicurezza, ponendo loro quesiti di stretta attualità. Avere sempre e comunque ottenuto risposte, di assoluta serietà e professionalità, ha però provocato in me un disturbo dal quale non riesco a venire fuori. E così ho esteso la verifica ad altri settori dell’economia ed a persone e personaggi.  E andrò avanti. Fino a quando non mi disattiveranno l’account. Ho fame di risposte.

Se cliccate sulle immagini di sotto, vi si apre una galleria pazzesca, tipo Frejus. La cosa che reputo più scandalosa, comunque, è che alcuni di questi tweet sono stati letti in diretta su Rai 3, nella trasmissione “Gazebo”, qualche giorno dopo. Qui di seguito il link (a partire dal minuto 26.30, circa):

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-5c60ab52-e334-4350-8a02-42f15728d721.html#p=

 

Piccole, trascurabili, osservazioni in tema di economia

7 aprile 2015 1 commento

cornetto

L’altro giorno, in un noto Bar di Catania, ho ordinato un cornetto al bancone. Dopo aver pagato alla cassa, ho fatto qualche metro e mi sono seduto al tavolo.
A quel punto, il cameriere mi ha fatto notare che avrei dovuto pagare un supplemento per il − cito testualmente − “servizio”.
In quell’esatto istante, mi è apparso il fantasma di Enrico Cuccia, buonanima, e mi sono lanciato con lui in questa riflessione di microeconomia.
Se io prendo un cornetto al bancone e me lo mangio in piedi, muovendomi fermo, mi costa esattamente 1 euro. Se invece sono stanco e ordino lo stesso cornetto, ma seduto al tavolo, il costo sale al ritmo di usura a 1,50 euro.
Senza fare polemica, e semplificando di molto, cinquanta centesimi è, in definitiva, il costo del servizio di trasporto di un cornetto dal bancone al tavolo − in media, in un bar, questa distanza è di 10 metri −, a cui va aggiunto il costo di locazione del tavolino, sempre in media, di circa 1 metro quadro.
Ricapitolando: per coprire la distanza di 10 metri e per sedermi su un tavolino di 1 metro quadro, il proprietario di un Bar vuole cinquanta centesimi.
Ora, però, per trasportare un oggetto per 1000 km, la Bartolini vuole 10 euro. Tradotto, significa che con 50 centesimi, trasporterebbe lo stesso cornetto per 50 km.
A ciò si aggiunga, è la parte più interessante, che un appartamento di 80 metri quadri, cioè lo spazio occupato da 80 tavolini, in centro, costa, facciamo 800 euro al mese. Significa che con 50 centesimi io quel metro quadro di tavolino lo affitto, fidatevi del calcolo, per 36 ore di seguito.
Il capitalismo è, in definitiva, una scienza inesatta, che dovrebbe imporre al proprietario del Bar di affidarsi alla Bartolini, anzichè ai camerieri o di aprirsi il Bar al quarto piano.
Invece, il capitalista sfrutta, grazie anche alla frenesia della quotidianità del consumatore finale, le falle del sistema economico, per arricchirsi. E, in tutto questo, i camerieri hanno le papole ai piedi e lavorano sottopagati, figli di un’epoca storica che annichilisce la forza lavoro a discapito della ricerca della ricchezza.
Torniamo a mettere gli schiavi dietro i banconi.
E adesso che avete capito il Bi e il Ba dell’economia, andate in un Bar e ordinate un cornetto al tavolo.
Poi, per dare un senso al costo sostenuto, avete due possibilità: non alzatevi prima di un giorno o dite al cameriere di portarvi il cornetto sul lungomare di Giardini Naxos.
Non sono comunque d’accordo con tutto quello che ho scritto.

Categorie:CATANIA IN MUTANDE

Attenti al Lubitz

L'Etna_vista_dalla_campagna_di_Randazzo16 modi possibili di ragionare a Catania, al chiosco, sullʼaviazione tedesca, 1 sull’assoluzione di Amanda e Raffaele, 1 su Instagram. Spiegate al mondo.

1. Viri caʼ nda scatola nera, si senti u pilota caʼ respira fino all’ultimo, ma tipo caʼ avi a pantaciata. Sicunnu mia, tu mi sta capennu, era intra cu una.
(Look that in the black box you can hear the pilot breathing until the last moment, like he has got pantaciata. In my opinion, you understand me, he was with a girl).

2. Mammoririmomà, ta ricu iu a verità. U cucinu di me cugnatu travagghia a Berlino. Non fu nʼproblema di testa. Chiddu era tuccatu da rannula.
(Mymotherhastodie, I say the truth to you. My brother in lawʼs cousin works in Berlin. The pilot wasnʼt mad. He was touched by hailstorm).

3. − Ta pozzu riri naʼ palora? Da potta, di fora, na rapevi mancu cu nʼperi i poccu.
− Mpare, parrannu cu tia, su cʼera iu supra dʼaerio, da potta ta rapeva cu na lastra.
(− Can I say a word to you? If you were outside, you cannot open the cabinʼs door, even with a pigʼs foot.
− Friend to me, talking with you, if I was in the airplane, I can open the door with a radiography).

4. Pi coppa di chiddi di lʼIris a potta non si po rapiri chiui di fora. Ie comu su ti scanti caʼ ti futtunu a to casa e poi, quannu ti tiri a potta, na po’ rapiri chiui.
(Because of terrorists of ISIS, you cannot open the cabinʼdoor when you are outside. Itʼs as if you are afraid that someone can steal at your home. So, when you close the door, you cannot open it never again).

5. Taʼ squari su dʼaerio era direttu a Catania. Astura chiddu u ittava intra oʼcrateri.
(You can imagine if the airlplane was going to Catania. In that case, the pilot could throw it inside Etnaʼs crater).

6. Ma iu ricu, invece di fari trasiri a nautru nda cabina, se u pilota agghiri appisciari, non è chiu facili mettiri u bagnu intra a cabina?
(But I say to myself, instead of a second person in the cabin, when the pilot want to go outside to the bathroom, not is better put a bathroom in the cabin?)

7. A Luftanza u sapeva ca chiddu era malatu caʼ testa. Sulu caʼ no puteva riri. Pi questioni di praivas.
(Lufthansa company knows the pilot had got head problems. But they cannot say to us, because of privacy law).

8. Semu ndo trimmila e ancora non cʼè nʼdispositivo ca’, si unu mpazzisci, lʼaerio u ponu cumannari da terra, attipo playstation.
(Itʼs 3000 d.c. and there isnʼt a way so that, if the pilot goes crazy, someone can command the airplan from the earth, like a playstation).

9. I tedeschi fanu i machini boni e poi ne sanu puttari.
(Germans made good cars, but after they arenʼt able to drive them).

10. Ma su ti voi ammazzari, ricu iu, ti spari nʼcoppu nda testa a to casa. No, pi mia chissu era nʼterrorista. U taliasti bonu nda facci? Pareva beduino.
(But, if you want to die, you can shoot yourself with a gun. In my opinion, he was a terrorist. But, you saw him good in his face? He looked like a beduin).

11. Au, chi spacchiu si? Na tri anni i zinghiri mi trasenu quattru voti a casa. Uora mi fazzu muntari a potta di na cabina a casa.
(Oh my God, kiss pack you see. In three years gypsies entered my house four times. Now I put the door of a cabin to protect my home).

12. Ma tu a viriri su maia scantari quannu vegnu arreri a tia coì scuti. Prima caʼ mpazzisci e ti lassi curriri da punta o’molo.
(But, you see if I have to be afraid of you, when Iʼam behind you on the motocycle. Before youʼll go crazy and let you run from moloʼs point).

13. A Gimmania, ti manci i iustel e setti di matina. Ie nommale ca appoi ti patti a testa.
(In Germany, you eat wurstel at breakfast, so Itʼs normal that you go crazy)

14. Au iu, ommai, mi scantu macari di chiddu ca stacca i biglietti da littorina.
(Oh my God, now Iʼam afraid even of the person who controls tickets in little train that goes to Etna’s little cities).

15. Mpare, ma u viristi du pilota quanto era depresso? In confronto, chiddi di lʼ11 settembre avevano sulu mpocu di malinconia.
(Friend to me, you saw that pilot how much was depressed? In comparison, terrorist of 11th september had got only a bit of melancholy).

16. Quantu cinni rissunu a du poveru Schettino.
(How many words said to that poor Schettino).

17. Ma ti pari nommali caʼ in Italia, ncoppu ti ricunu ca si nʼassassinu e ncoppu ti ricunu ca si innocenti? Allora, fanu beni aʼmerica. Docu, si si assassinu, tʼammazzunu. Accussì poi, si addununu caʼ eri innoccenti, non è ca ti ponu resuscitari.
(But do you think itʼs normal that in Italy, in a moment, a judge says youʼre guilty, a moment youʼre innocent? So, Itʼs better in USA, where, if youʼre guilty, they kill you, so after, if they discover you were innocent, they cannot resuscitate yourself).

18. – Mpare, talia sta foto su Instagram.
– Au, su ci metti nautru filtru a stu paesaggio, ti nesci mpaccu di mabboro.
(– Friend to me, look this photo on Instagram.
– oh, if you put another philter on your photo, it will become a pack of Marlboro).

Categorie:CATANIA IN MUTANDE
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