Giovanotto. Occhio. Apposto. Papàààà.

 

Ho rivisto questo video almeno cento volte e credo che molte altre volte lo farò. La fredda cronaca.
All’improvviso, Daniel Molino, anni 30, che in un’intervista si autodefinisce il “Dybala della bancarella”, con un ombrellone di 3 metri caricato sulla spalla, irrompe sulla diretta video di Alessandro Di Battista, Deputato della XVII legislatura della Repubblica Italiana, chiedendo strada sulle onde di una rapida sequenza di parole, scandite con precisione geometrica: “giovanotto – occhio (non “togliti”, come erroneamente riportato da alcuna stampa di regime) – apposto – papààààà”.
Tra “giovanotto” e “occhio”, Daniel agevola l’apertura di un varco davanti a sé, poggiando la mano sinistra sul corpo protetto da immunità parlamentare di Di Battista, il quale, con un’umiltà fuori dal comune, va riconosciuto, chiede scusa, fa una piroetta su sè stesso alla Don Lurio, si sposta e lo fa passare.
Sono solo sei secondi che, guardati e riguardati in maniera compulsiva, riportano alla mente il 1993, quando il Parlamento negava l’autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi e la gente gli lanciava monetine davanti all’Hotel Raphael.
Sei secondi che segnano il definitivo collasso delle guarantigie parlamentari e l’affermazione di una Costituzione materiale che a Catania ormai vuole, 24 anni dopo, i deputati della Repubblica italiana essere spostati con un ombrellone sulla spalla.
Ma, insisto, non è tanto quella mano poggiata sul corpo di Di Battista senza alcuna autorizzazione della Camera di appartenenza a colpirmi, quanto quel “giovanotto” pronunciato alle sue spalle dal basso verso l’alto. Una sola parola che lo pagghiolizza, sancendo la definitiva rivincita del popolo, quello vero, che fatica, sul populismo dell’antipolitica.
La rivincita dei masculini sul reddito di cittadinanza, dell’opa sull’abolizione dei vitalizi.
Una pescheria a 5 stelle che azzera le distanze reali, ristabilisce le giuste misure e ci riporta alla realtà dei fatti. Non li banalizza, ma ne tira fuori la naturale banalità.
Io non so cosa succede nelle altre pescherie di Italia e non so lì come si spostano i parlamentari. Noi, a Catania, li spostiamo con un ombrellone sulla spalla.
Ecco, basta politici antipolitici, basta vitalizi, basta giovanotti. Solo gente che sposta deputati con un ombrellone in mano.

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Categorie:CATANIA IN MUTANDE

Arturo

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Io credo che le persone non s’incontrino mai per caso, ma per casi.
Disturbati settoriali, in prevalenza: ossessivo – compulsivi, opiniologi, complottisti paranoici, renitenti alla relazione, vegani, antivaccinari, animalisti anaffettivi, gente in cerca di guai.
I tempi, però, sono maturi. Chi non sta da una parte o dall’altra della barricata è la barricata, direbbe Lenin. La vita ci impone dunque una scelta, ma senza alcuna pretesa di superiorità sugli altri.
Ecco, io ho un amico, per esempio.
Alla soglia dei quarant’anni, dopo un’esistenza piegata a relazioni superficiali, fatta di centinaia di donne e una continua ricerca di altro nelle altre, temendo seriamente di rimanere solo, alla fine, s’è arreso. E ha comprato un alano.
Ora, a me piacciono le persone e anche i cani. Non mi piacciono, però, le persone con i cani.
I cani sono migliori delle persone che dicono che i cani sono migliori delle persone.
Il mio amico ha, infatti, intrapreso un fragile cammino di surrogazione della paternità, chiamando lo alano come il padre. Arturo. Un alano. Arturo. Mi dicono che Arturo, o comunque dare il nome di una persona a un cane, is the new Bobby.
Il mio amico pensa che per essere felici non ci voglia un cane grande, ma un grande cane. Per questo ha scelto un alano. Anche Gianna Nannini ha fatto un figlio a 57 anni e le è nato di 34.
Solo che il mio amico parla allo cane come a un bambino. Frasi anche ben articolate in italiano e cariche di attenzioni nei contenuti, alle quali però lo cane risponde sempre e solo bau, massimo un woof woof, senza ingenerare incomprensioni. Secondo il mio amico, la differenza sostanziale tra l’uomo e lo cane è che l’uomo ha inventato, ad esempio, la penicillina, lo cane no.
Il mio amico pensa che Arturo provi le stesse emozioni di una persona. Un tempo, si diceva che l’uomo soffriva come un cane. Oggi, sono i cani a soffrire come gli uomini.
Il mio amico pensa che a capodanno non si debbano sparare i botti, perché fanno paura ai cani, anche ai cani alani. Niente raudi, bombe, colpi di pistola. Per lui, i mastini napoletani dovrebbero emigrare a Bergamo.
Il mio amico è affetto dalla Sindrome del Caps Lock e pubblica solo link contro gente che ha abbandonato altri cani, urlando “BASTARDIIIIII” contro il cielo. Eppure, i cani li abbandona chi ce li ha, non noi che siamo senza cani.
Il mio amico pensa che i cinesi non dovrebbero mangiare i cani, ma imitarli.
Il mio amico ha anche creato un profilo Facebook allo cane. Però, in realtà, è lui che scrive al posto dello alano, perché lo alano ha le zampe troppo grandi per la tastiera. Provate a far scrivere anche solo “ciao” a un alano, l’effetto sarebbe questo: vxsvfdscioujijaadadohdheododihopdqpi.
E mentre il mio amico cresce lo cane come un figlio, i figli crescono come cani e fanno fermi a 11 anni, in via Etnea.
Io non so se avete presente un alano, ottimista e di sinistra, ma è un cane che caca tanto in termini di quantità, qualcosa equivalente a una setteveli. Ma il mio amico, con pazienza operaia, gira con un sacco nero e la raccoglie per strada.
E poi centinaia di foto con il suo cane o del suo cane. Solo il cane. Cane è bello. Cane e sai cosa bevi. Cane e sei protagonista. Canissimo e vai fuori di zampa.
Insomma, il mio amico crede veramente nella frase “il cane è il migliore amico dell’uomo”. Però, quando cambio l’ordine degli addendi e ricordo al mio amico “Guarda che il tuo migliore amico è un cane”, lui un po’ si incupisce. E la somma della sua vita cambia.
Ieri sera, all’improvviso, non ce l’ho fatta più e gli ho detto tutto questo con uno strano accento brasiliano: Jo tu ris, ora o sau, bau bau.
Vorrei poter scrivere le stesse cose a chi ha un gatto. Ma chi ha un gatto è solo un proprietario di cane che non ce l’ha fatta.
Lo alano ti da una mano. Un alano lava l’altra.

 

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Pazza Ikea

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Esistono pochi posti a Catania, come l’Ikea di Domenica, in cui l’uomo tollera la sospensione della dignità.
E non mi riferisco a quell’incrocio tra i sensi, in cui si miscelano accenti masticati di entroterra siciliana, odori di vita di Aidone e di Agira, il Gelso Bianco come orizzonte anche per i palermitani, la moda come rinuncia all’estetica.
E neanche ai Kevin e ai Brenda che gridano e corrono in libertà, senza mai conoscere tumpulate col nervo della mano.
Parlo, invece, di qualcosa di più impermeabile alla misantropia.
Provo, infatti, sincera amarezza, un affogato all’amarezza, e lo dico soprattutto da avvocato, nel vedere mariti che non oppongono alcuna resistenza a questa subdola tecnica femminile di formulare domande suggestive.
Le mogli che aprono ante, disegnano stanze da letto, si caricano lampadari, non chiedono mai “Ti piace più questo o più quello”. Una soluzione operaia che fa sopravvivere il potere di scelta, e quindi da valore e consistenza nel mondo all’opinione altrui, creando un precedente che potrebbe superare idealmente la cassa.
Le mogli, al contrario, chiedono “Questo divano ci starebbe meglio nel soggiorno, vero?”, “Non è più bello questo bicchiere?”: tutte domande che contengono già la risposta, decisa in camera di consiglio, inaudita altera parte.
Ecco, provo molta amarezza nel vedere questi uomini dire “sì”, senza neanche emettere un suono. Solo un movimento ondulatorio della testa, privo di parole, in silenzio, che dondola su e giù, in modo sincronico. L’uomo è un metronomo del sì. Su e giù, un gioco di cervicale, a livello C2 − C3, un’ortopedia del consenso intellettualmente estorto.
L’uomo dice sì a domande che non ascolta ormai da anni. Si piace così, quando tace, perché è come assente. Altrove, tra distese azzurre e verdi terre.
Li vedo percorrere questi corridoi, ogni tanto fermarsi, un movimento della testa, su e giù, lungo un sentiero che disegna una lenta metafora della loro vita che passa. Ore in piedi, senza mai sedersi. Fingersi interessati ai divani solo per riposarsi. Una Domenica difficile anche a livello lombare.
Li guardo e mi verrebbe di caricarmene in macchina quattro, di peso, a caso, e portarmeli a mignotte.
L’uomo dovrebbe essere protagonista della sua vita, e non spettatore. Come il testicolo.
Perché forse non tutti sanno che la parola testicolo deriva dal latino “testiculus”, diminutivo di “testis”, che significa testimone. Il testicolo, infatti, è testimone dell’atto sessuale, senza mai parteciparvi: un coglione insomma.
Non fate passare il tempo come Edward Mani di Forbice, che si tiene il prurito a una palla, ormai, dal 1990.

Famiglia Chistiana III

Fare un giornale giovane, nel look e nell’anima, che dia voce a tutti, anche a chi non sa parlare in Italiano, non è facile.
Ci provo da mesi, nonostante la concorrenza delle testate online, e senza finanziamenti.
Vorrei fosse una rivista di rottura, lontano dagli schemi della più democristiana della partitocrazia.
Famiglia Chistiana è già al terzo numero. La cosa assurda è che, come direbbe Antonino Nino Frassica, ne Il Bi e il Ba, ci sono pure le pagine. Grazie a chi mi ha donato la carta.

Il primo numero lo trovate qui:

https://mattiaserpotta.wordpress.com/2013/11/01/famiglia-chistiana/

Il secondo numero, qui:

https://mattiaserpotta.wordpress.com/2016/08/31/1429/

Categorie:CATANIA IN MUTANDE

La matita copiativa

19 dicembre 2016 6 commenti

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Esiste una parola nel vocabolario italiano che esprime in maniera cruda la ‪privazione, più o meno grave, dell’efficienza fisica. In molti casi, persino una disabilità. ‬
La parola è: menomato.
Nulla di offensivo, secondo me.
Se uno è menomato a livello intellettivo, cioè è bestia, soffre un deficit della capacità di elaborare concetti sensati e articolare ragionamenti, rispetto al quale, nella maggior parte dei casi, non ha colpe. È natura. O talento in negativo, se vogliamo.
Potrà informarsi, cliccare, linkare, copiaincollare, leggere libri, laurearsi, confrontarsi, ascoltare altre opinioni.
Ma non trasformerà mai tutto questo patrimonio in materia prima. Perché: è, appunto, un menomato.
Io capisco che può risultare fastidioso un Paese in cui il livello di libertà sia tale da consentire a chiunque di presentarsi al seggio elettorale, scassare la minchia al Presidente, ostentare competenza sulle matite che, fosse stato per loro, il sig. Stabilo doveva fare bacchette da sushi, leccare le punte a calippo, ipotizzare scenari bulgari al momento dello spoglio e pretendere di votare con la Montblanc.
Ma, parafrasando la Mannoia, quello che le gomme non dicono è che questo livello di libertà è, invece, il termometro dell’assenza, la più totale assenza, del pericolo che si precipiti verso una deriva autoritaria.
Anzi. In Italia, come nel mondo, i menomati intellettuali sono gli unici disabili ad avere realmente voce e credito. Alimentandosi da soli. Si sono fatti coalizione, partito, camarilla. E noi gli stiamo consegnando il Paese.
Ma la menomazione rimane un difetto che non merita derisione, ma qualcosa di più cristiano. La compassione. Andate nelle e sulle loro bacheche e portate loro una carezza carica di Uniposca.
Un menomato ci ricorda sempre quanto siamo fortunati a non essere menomati.
Un menomato ci fa sentire persino più intelligenti di quello che siamo.
Io, ad esempio, in una giornata come questa, mi sento ai livelli di Zichichi.
Ma come può uno spoglio arginare il male?

FATE COPIA E INCOLLA CON LA MATITA COPIATIVA E INCOLLATIVA.

Tutti frutti

13 ottobre 2016 1 commento

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Mi sono infiltrato in un gruppo di fruttariani. Tutti i gruppi di fruttariani sono chiusi, non tollerano il confronto, il pensiero altro e la presa per il culo.
I fruttariani sono solo una piccola matrioska del disagio umano. L’ultima.
La prima, la più grande, quella che contiene tutto il sistema, siamo noi: gli onnivori.
Dentro di noi, c’è una matrioska più piccola: i vegeteriani. Poi, vengono i vegani e, ancora più dentro, i vegani crudisti. E, infine, ci sono loro, appunto, i fruttariani. Attenzione, al di fuori di questo sistema, ci sono i respiriani, quelli cioè che, tecnicamente, non mangiano, perché mangiano aria, cioè respirano. Ma qui siamo già nell’orbita del TSO.
I fruttariani sono vegani esaltati.
I fruttariani mangiano cose che rubano i nomi da nostri cibi: lasagne senza lasagne, hamburger di papaya, tiramisù di mango (senza caffè, senza mascarpone, senza uova).
I fruttariani pensano che anche le piante soffrano e abbiano dei sentimenti. Mangiano solo frutta, ma solo quella caduta dagli alberi. Se no, è assassinio. E’ quindi possibile associare, in una stessa frase, parole come “ammazzare” e “pomodoro”.
Per la mia visione della scienza, fin quando non vedo stesa su un lettino una foglia di rucola dire “Dottore, non so cosa mi prende, oggi mi sento un po’ giù”, per me la rucola non soffre.
Allo stesso modo, ma il discorso sarebbe più ampio, credo sia una grande ipocrisia pensare che gli animali soffrano, e per questo non mangiare carne, e poi ammazzare zanzare e ragni. Anche le zanzare e i ragni, nel loro piccolo, se la prendi a colpi di Repubblica sui muri, ci rimangono male.
Ho provato a edulcorare questi concetti a un fruttariano e a ragionarci su.
Se gli obietti che le piante non soffrono, perché non ci sono evidenze scientifiche che soffrano, loro ti rispondono che non ci sono neanche evidenze scientifiche che non soffrano. Se gli citi la seconda pagina di un libro di biologia, loro ti citano pagine internet- Poi ti mandano a fanculo, poi ti dicono “continua a mangiare la tua merda”, poi ti augurano un tumore maligno.
I fruttariani usano aggettivi come “fruttosità”, considerano i Pavesini veleno, sono contro i vaccini, la ricerca scientifica e sono proprietari di cani, perchè migliori degli uomini. Anche se il cane non ha mai inventato la penicillina, la lampadina, il motore a scoppio, il cinema.
La rucola, in definitiva, anche lei nel suo piccolo, ci rimane male, si deprime, ha attacchi di panico. Forse caca pure. La mela no. Ma solo se cade da sola, a terra.
Ecco, i grillini, parlo di quelli esaltati, che sono una buona maggioranza, sono fruttariani del loro pensiero. Con grillosità.

Famiglia Chistiana II

31 agosto 2016 1 commento

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Dopo mille difficoltà burocratiche e finanziarie, sono orgoglioso di presentarvi il secondo numero di FAMIGLIA CHISTIANA, settimanale di informazione per mammoriani. Un giornale nuovo, giovane, se vogliamo, innovativo. All’interno, consigli pratici, inchieste, interviste, al costo di una cipollina. Per stampare questo periodico non sono stati tagliati alberi in Amazzonia, ma riciclati i tovaglioli di Savia.

Il primo numero lo trovate qui: https://mattiaserpotta.wordpress.com/2013/11/01/famiglia-chistiana/

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