La matita copiativa

19 dicembre 2016 6 commenti

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Esiste una parola nel vocabolario italiano che esprime in maniera cruda la ‪privazione, più o meno grave, dell’efficienza fisica. In molti casi, persino una disabilità. ‬
La parola è: menomato.
Nulla di offensivo, secondo me.
Se uno è menomato a livello intellettivo, cioè è bestia, soffre un deficit della capacità di elaborare concetti sensati e articolare ragionamenti, rispetto al quale, nella maggior parte dei casi, non ha colpe. È natura. O talento in negativo, se vogliamo.
Potrà informarsi, cliccare, linkare, copiaincollare, leggere libri, laurearsi, confrontarsi, ascoltare altre opinioni.
Ma non trasformerà mai tutto questo patrimonio in materia prima. Perché: è, appunto, un menomato.
Io capisco che può risultare fastidioso un Paese in cui il livello di libertà sia tale da consentire a chiunque di presentarsi al seggio elettorale, scassare la minchia al Presidente, ostentare competenza sulle matite che, fosse stato per loro, il sig. Stabilo doveva fare bacchette da sushi, leccare le punte a calippo, ipotizzare scenari bulgari al momento dello spoglio e pretendere di votare con la Montblanc.
Ma, parafrasando la Mannoia, quello che le gomme non dicono è che questo livello di libertà è, invece, il termometro dell’assenza, la più totale assenza, del pericolo che si precipiti verso una deriva autoritaria.
Anzi. In Italia, come nel mondo, i menomati intellettuali sono gli unici disabili ad avere realmente voce e credito. Alimentandosi da soli. Si sono fatti coalizione, partito, camarilla. E noi gli stiamo consegnando il Paese.
Ma la menomazione rimane un difetto che non merita derisione, ma qualcosa di più cristiano. La compassione. Andate nelle e sulle loro bacheche e portate loro una carezza carica di Uniposca.
Un menomato ci ricorda sempre quanto siamo fortunati a non essere menomati.
Un menomato ci fa sentire persino più intelligenti di quello che siamo.
Io, ad esempio, in una giornata come questa, mi sento ai livelli di Zichichi.
Ma come può uno spoglio arginare il male?

FATE COPIA E INCOLLA CON LA MATITA COPIATIVA E INCOLLATIVA.

Tutti frutti

13 ottobre 2016 1 commento

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Mi sono infiltrato in un gruppo di fruttariani. Tutti i gruppi di fruttariani sono chiusi, non tollerano il confronto, il pensiero altro e la presa per il culo.
I fruttariani sono solo una piccola matrioska del disagio umano. L’ultima.
La prima, la più grande, quella che contiene tutto il sistema, siamo noi: gli onnivori.
Dentro di noi, c’è una matrioska più piccola: i vegeteriani. Poi, vengono i vegani e, ancora più dentro, i vegani crudisti. E, infine, ci sono loro, appunto, i fruttariani. Attenzione, al di fuori di questo sistema, ci sono i respiriani, quelli cioè che, tecnicamente, non mangiano, perché mangiano aria, cioè respirano. Ma qui siamo già nell’orbita del TSO.
I fruttariani sono vegani esaltati.
I fruttariani mangiano cose che rubano i nomi da nostri cibi: lasagne senza lasagne, hamburger di papaya, tiramisù di mango (senza caffè, senza mascarpone, senza uova).
I fruttariani pensano che anche le piante soffrano e abbiano dei sentimenti. Mangiano solo frutta, ma solo quella caduta dagli alberi. Se no, è assassinio. E’ quindi possibile associare, in una stessa frase, parole come “ammazzare” e “pomodoro”.
Per la mia visione della scienza, fin quando non vedo stesa su un lettino una foglia di rucola dire “Dottore, non so cosa mi prende, oggi mi sento un po’ giù”, per me la rucola non soffre.
Allo stesso modo, ma il discorso sarebbe più ampio, credo sia una grande ipocrisia pensare che gli animali soffrano, e per questo non mangiare carne, e poi ammazzare zanzare e ragni. Anche le zanzare e i ragni, nel loro piccolo, se la prendi a colpi di Repubblica sui muri, ci rimangono male.
Ho provato a edulcorare questi concetti a un fruttariano e a ragionarci su.
Se gli obietti che le piante non soffrono, perché non ci sono evidenze scientifiche che soffrano, loro ti rispondono che non ci sono neanche evidenze scientifiche che non soffrano. Se gli citi la seconda pagina di un libro di biologia, loro ti citano pagine internet- Poi ti mandano a fanculo, poi ti dicono “continua a mangiare la tua merda”, poi ti augurano un tumore maligno.
I fruttariani usano aggettivi come “fruttosità”, considerano i Pavesini veleno, sono contro i vaccini, la ricerca scientifica e sono proprietari di cani, perchè migliori degli uomini. Anche se il cane non ha mai inventato la penicillina, la lampadina, il motore a scoppio, il cinema.
La rucola, in definitiva, anche lei nel suo piccolo, ci rimane male, si deprime, ha attacchi di panico. Forse caca pure. La mela no. Ma solo se cade da sola, a terra.
Ecco, i grillini, parlo di quelli esaltati, che sono una buona maggioranza, sono fruttariani del loro pensiero. Con grillosità.

Famiglia Chistiana II

definitivo

Dopo mille difficoltà burocratiche e finanziarie, sono orgoglioso di presentarvi il secondo numero di FAMIGLIA CHISTIANA, settimanale di informazione per mammoriani. Un giornale nuovo, giovane, se vogliamo, innovativo. All’interno, consigli pratici, inchieste, interviste, al costo di una cipollina. Per stampare questo periodico non sono stati tagliati alberi in Amazzonia, ma riciclati i tovaglioli di Savia.

Il primo numero lo trovate qui: https://mattiaserpotta.wordpress.com/2013/11/01/famiglia-chistiana/

Categorie:CATANIA IN MUTANDE

Se

31 agosto 2016 1 commento

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Stamattina, rileggevo “Se”, la poesia di Kipling scritta nel 1895. E l’ho trovata, oggi più che mai, improvvisamente attuale.
Provate ad ascoltarla con la voce di Alberto Lupo.

Se, di J. Kipling

Se saprai taggarti a piedi nudi a Portopalo,
essere Carratois e non soltanto esserci,
danzare a ritmi di sabbia e coppertone, oliarti e non eoliarti,
quando tutti attorno a te camminano gommoni su Panarea,
e te ne fanno colpa.

Se saprai intestare al tuo liotro più profondo l’olimpica medaglia di un Garozzo,
fare di Catania e Agireale un’unica metropoli con una sciabolata al navigatore,
Condorelli e Savia, Timpa e Gelso Bianco, Tupparello e Cibali, Stazzo e Vaccarizzo, tutti insieme,
spagnarsi e non più scantarsi, mò matri e non me matri.

Se saprai afferrare l’ultimo respiro di un giorno che finisce,
dire “siamo senza tramonto”, trattenerlo e non possederlo,
essere e non avere,
rifuggendo da chi inverte l’onere della prova e dice “tramonti ne abbiamo?”, e il tramonto ce l’ha davanti a sé.

Se saprai aver su tutto un’opinione,
perché tutti possano avere un’opinione su di te,
essere il Jesuis di mille riassunti, statista e stragista in una stessa frase, esteta ed estetista dove tira sempre il vento,
senza mai coltivare il dubbio e il silenzio, né la sospensione del pensiero,
non avere verità, ma crearle,
vendere la Basilicata ai russi e devolvere il ricavato ai terremotati,
Burkini in spiaggia sì, Vamos Allah playa no,
vegano o morte, bicicletta o morte, coglione o morte, cane e gatto o morte, grillino o morte, e persino morte o morte.

Se saprai non avere altro Io all’infuori di te,
senza pretendere dal tuo prossimo futuro 15 minuti di anonimato,
ma un Mojtone nell’ampolla da cinque litri,
il Moscow Mule sì, ma nel barattolo di rame,
bollicine per favore, ma nel flute,
non cedendo all’illusione effimera del vino del cartone,
ostentare l’ubriacatura di un’istante per cancellare la modesta sobrietà della tua bacheca,
#noncelapossiamofare e #nonlasuperiamo come hashtag esistenziali.

Se saprai proteggere i tuoi commenti dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via,
dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.

Se saprai riconoscere in un Poke l’alba di uno stalking,
in un Pokemon quella di un TSO,
scorgere in un messaggio senza risposta un’esortazione a riprovarci,
mettere un mi piace per esprimere un mi piaci,
usare un hashtag anche per un articolo determinativo,
la k per risparmiare una ch, nove puntini di sospensione come pausa del discorso prossima alla paresi,
richiedere l’amicizia a una donna per entrare con un piede di porco nel suo suo cuore,
allora tua sarà la tangenziale e tutto ciò che è in essa.
E ˗ quel che più conta ˗ sarai un uomo, figlio mio.
Ed andrai a comandare.

Balli proibiti

Dirty-Dancing

La cosa che più non sopporto in una donna è quando non ti fa parlare. C., per esempio, non ascoltava mai e interrompeva sempre. C’erano momenti in cui non riuscivo neanche a finire una frase.
Una volta mi chiese: «Come si chiama quel film…con quell’attore americano che è morto? Quello famoso…Non mi sta venendo. Assurdo…Dai…Ce l’ho sulla punta della lingua».
«Robin Willia…». Mi interruppe sul nascere.
«No, no, ma che Robin Williams. Dai il film famoso, che c’è anche cosa, quella che non ha fatto più neanche un film dopo…».
«Olivia Newto…» provai ancora una volta a terminare una risposta.
«No, ma che centra? Quello è Grease. Dai quel film con l’attore che ha fatto anche Ghost, ma non è Ghost…».
«Ah, Patrick Swa…».
«Bravo, Patrick Swayze, non mi veniva. Assurdo. Ma il film, dai, è degli anni ’80, quello famoso…che ci sono lei e lui che ballano sempre…con quella colonna sonora bellissima…Oddio, ce l’ho qui…».
«Ma tu forse intendi…» accennai. Solo che lei già non mi ascoltava più.
«Sì, dai…la canzone è Time of my life…Come fa? Na na nanna the time of my life…nanannà…che bella…l’avrò sentita milioni di volte…».
«Sì, ho capito…il film si chi…».
«Assurdo…ce l’ho qui…c’è la scena finale che ballano…in quel modo così sensuale…».
«Se mi fai parl…». Ma la sua voce si sovrapponeva subito alla mia.
«Non sopporto non ricordarmi le cose, ti giuro, è pazzesco, lo avrò visto milioni di volte…Si chiama? Si chiama?…E poi c’è anche quell’altra canzone nel film…Ti ricordi che la cantavamo l’estate scorsa? Faceva: “So won’t you, please, (be my, be my baby)…be my little baby, (my one and only baby)”…»
«Sì, sì, C., ho capito il film si ch…».
«E pensare che è stato il primo film che ho visto con mio padre al cinema…Ti giuro è pazzesco…Lo avrò visto centinaia di volte…Non mi sto ricordando il titolo…».
«C., il film è…».
«E poi una volta ho anche ball…». Ma non la feci finire stavolta. E venne il mio momento.
«C., cazzo, ma tu non mi fai mai parlare, non ti prendi mai pause, mi interrompi sempre. Tu non ascolti, lo trovo assurdo, Sei un’egoista e logorroica. Questi non sono dialoghi, sono monologhi. Guarda che ci sono anch’io. E’ un’ora che tento di risponderti…Ma tu niente, vai per la tua strada…».
Lei bloccò il mio sfogo sul nascere, con la piena consapevolezza di cosa stessi dicendo, senza negare, ma ridimensionandomi: «Ma perché stai facendo così? Mi pare che tu stia esagerando adesso». Poi, quella che aveva il sapore di una concessione: «Sentiamo, avanti, cosa volevi dirmi?».
«Volevo dirti dancing»

C’era una svolta

31 agosto 2016 1 commento

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L’uso murale di sucaminchia, come apostrofo rosa tra le parole “Ti amo” e il disegno di un cuore, è un esercizio stilistico molto coraggioso, che segna probabilmente una frattura insanabile con la poesia romanza e rinascimentale.
Eppure, il verbo “sucare”, evoluzione dialettale di “succhiare”, dal latino “suculare”, letteralmente “aspirare e ingerire un liquido”, in sé considerato, non ha alcuna carica volgare.
Ne “La sucalora”, ad esempio, il Maestro Brigantony sostantiva il verbo per indicare il biberon, inteso come simulazione artificiale del seno materno. Qui “sucare” richiama, dunque, il gesto primitivo dell’allattamento: “…e sucamu sucamu sucamu, ca sucalora narricriamu, a su… a su… a su… a sucalora, a su… a su… a su…a sucalora”. Nessuna volgarità sottointesa, dunque, nonostante il Maestro, altrove, si muova spesso sul filo dell’ambiguità.
Persino come prefisso della parola “minchia”, il “suca” di “sucaminchia” è, di per sé, privo di carica offensiva e affatto volgare, descrivendo piuttosto una pratica sessuale che rappresenta l’ovvio, l’ordinario, il minimo sindacale all’interno di qualsiasi rapporto di coppia.
Il “suca” di “sucaminchia”, al contrario, questo sì, può acquistare una valenza dispregiativa nella sua declinazione plurale: “sucaminchi”, appunto, con una sorta di apocope della e finale, rispetto alla più corretta formalmente “sucaminchie”.
Qui la “minchia” di sucaminchi è figura retorica, precisamente una sineddoche. Si indica cioè una parte per rappresentarne il tutto. Sucaminchi significa, infatti, chi si concede a più persone, quindi al di fuori di un rapporto di coppia stabile ed esclusivo. E’ la poligamia del comportamento, insisto, a qualificare la volgarità della parola e non la parola in sé.
Ricapitolando. Esempio non dispregiativo: “La mia ragazza è una sucaminchia”. Esempio dispregiativo: “Lassa stari, chidda è na gran sucaminchi”.
Nella stessa direzione, e chiudo il ragionamento, si giudichi infine il “suca a minchia sottointesa”, che esprime ostentazione spavalda di superiorità di un uomo su un altro uomo o, a dire il vero molto raramente, di una donna su un’altra donna. Esempio:
− Io sono più bravo di te a giocare a pallone.
− Avaia, tu, a mia, ma suchi.
Ecco, anche qui, il “suca” − che sarebbe in sé inoffensivo, ribadisco, anche rispetto a un rapporto di coppia omosessuale, specie alla luce del recente riconoscimento giuridico contenuto nella legge Cirinnà – acquista purtroppo una carica di volgarità intellettuale, in quanto elegge il gesto del “sucare”, inteso quasi a simulare una spirometria, a sinonimo di prevaricazione e di dominazione dell’uno/a sull’altro/a: “io sono più forte, più bravo di te, quindi tu me la suchi”.
In questa poesia di strada, invece, si profila un’accezione alternativa di “sucaminchia”, che non ha nulla a che vedere con quanto sinora detto. E’, infatti, utilizzato per veicolare uno stato d’animo. Il che è tipico del sucaminchia a Catania.
L’autrice usa il “sucaminchia”, infatti, come contraltare al fatto che il suo uomo porta i risvoltini ai pantaloni. E lei, appunto, da una parte protesta, dissente, riprova in cuor suo, ma dall’altra riafferma l’amore.
Va, dunque, inteso così il sucaminchia: io ti amo, anche se, sucaminchia (sottointeso “di te”, variabile di “sucaminchia delle carte”), tu ti fai i risvoltini ai pantaloni.
Ed è questo il tema centrale della poesia: non l’amore in sé, il che può spesso apparire scontato, ma l’amore nonostante: il risvoltino, appunto.
In principio, era il pinocchietto, un capo obiettivamente inutile in termini stilistici, ma che ha sdoganato negli anni l’idea che ci fosse della bellezza estetica anche nell’espressione della nudità di pelle tra la tibia e il tallone maschile.
Si è così arrivati, in tempi recenti, alla pratica barbara del risvoltino verso l’esterno e, cosa a mio avviso ancor più grave, a una sorta di anarchia dell’orlo, con la pratica inversa dei pantaloni venti misure più corti.
In entrambi i casi, il risultato finale è complessivamente lo stesso: jeans portati sopra il malleolo, a uso Sampei, e un appannamento del gusto, di cui la moda è soltanto una divagazione. Lì dove finisce il pantalone finisce in realtà il maschio.
Questo fenomeno, ahimè, è avvenuto a tutti i livelli della scala sociale.
Un tempo, camminando per la via Plebiscito, un uomo non avrebbe mai accettato di farsi i risvoltini. Avrebbe anzi risposto con una frase carica di megalomania: “mpare, non mi fazzu i risvoltini, annunca mi nesci a cedda”. Allo stesso tempo, quell’uomo non avrebbe neanche indossato pantaloni troppo corti, perché si sarebbe esposto al pubblico ludibrio: “mpare, allungasti stanotti o to mugghieri ti stringiu i jeans nda lavatrici?”.
Si è invece oggi, purtroppo, ultimato un processo di fashionizzazione irreversibile di tutte le classi sociali, con azzeramento di ogni differenza stilistica tra i diversi scalini. Quindi, anche il mammoriano, abbandonando definitivamente tute acetate o in polipropilene, si è sentito legittimato a indossare i pantaloni sopra il suo di malleolo, calpestando le banchine di via Plebiscito come se fosse via Montenapoleone.
Ecco, arrivati a questo punto, io credo che la soluzione possa essere soltanto una. Fare come in Corea. Lì, se tu cammini con i pantaloni più corti, diciamo sopra la caviglia, King Kiong II ti manda i sarti di regime e, con una spada di Hattori Hanzo, ti tagliano le gambe, esattamente all’altezza della tibia.
A quel punto, si è costretti a stare in equilibrio, senza piedi, come sui trampoli, rantolando e sanguinando. Quindi, ti si avvicinano nuovamente i sarti di regime e ti gridano in coreano: “Visto? Adesso pantaloni cadele pelfetti”.

Categorie:CATANIA IN MUTANDE

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2 maggio 2016 1 commento

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Sono, credo uno dei pochi, contento della nuova pista ciclabile. La trovo di respiro mitteleuropeo. Mi piace anche questo azzurro viagra, è metaforico e allusivo senza volgarità, nel lanciare il messaggio che Catania possa ancora rialzarsi. E poi è in linea col mare, il cielo, l’acqua di Giò.
Sono, credo uno dei pochi, favorevole anche alla liberazione del lungomare e del porto. Anzi, fosse per me, andrebbero proprio liberati dai catanesi, impedendogli di entrare. Lungomare liberato? Chiuso, non può passare nessuno, ci vediamo lunedì. Dovremmo anche liberare i Marò, a questo punto.
La pista ciclabile può comunque, secondo me, consentire ai ciclisti, quantomeno a quelli vegani che votano Grillo con il cane al guinzaglio, di cambiare il mondo, ma stando più a destra. Quindi, ripeto, è buona e giusta.
Certo, a voler essere più rigido, però, questa cosa che ci siano strisce pedonali riservate agli allenamenti di Fiona May, la trovo un piccolo autogoal. Così come credo sia un autogoal che, a ogni salto, Fiona May debba finire a mare, sotto La Tavernetta.
Però, insisto, tolto questo, mi piacciono la pista ciclabile, il colore azzurro, i vegani, i cani, Beppe Grillo, il free jazz punk inglese. E anche la nera africana. 

Categorie:CATANIA IN MUTANDE
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